Opinione di Mr.Klein su Amarcord
Con Bruno Zanin, Pupella Maggio, Armando Brancia, Magali Noël, Ciccio Ingrassia
- negative [8]
- sufficienti [6]
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Sul film
Quanti aggettivi abbiamo sprecato per parlare di Fellini e dei suoi film?e quante volte abbiamo confuso il personaggio nato dalla corposa quantità di critica e memorialistica con il contenuto delle sue opere così simili al loro demiurgo da creare una forte confusione su quello di cui stavamo parlando?Per Fellini si è sempre esagerato,negli elogi come nelle critiche,e la serena consapevolezza con sui oggi lo si definisce in buona parte sopravvalutato non deve farci rinunciare al piacere procurato da un’opera come questa,più immediata e meno cervellotica di altre. Se non esistesse questa confusione probabilmente non ci sarebbero nemmeno i film del riminese;astuto soprattutto nello scompaginare le carte dei ricordi che sono potenti nella misura in cui,per sua stessa ammissione,sono quasi completamente falsi,inventati,coccolati dalla ferocia di una gelosia infantile e bugiarda. Solo che questo disagio riprodotto in una serie di immagini di addolorata allegria,e che altrove distanziava lo spettatore come può farlo un’architettura sì imponente ma un po’ maligna nella sua grandiosità,trova in Amarcord il parziale scioglimento delle nostre riserve,ottenendo ,nonostante un senso di sospettosità che perdura per tutta la visione del film,la nostra disponibilità a credere a tutto,come si fa davanti a che racconta troppo bene,con troppi ingegnosi particolari,una bugia che ne richiama un’altra e poi un’altra ancora. A dieci anni esatti da 8 ½ ,dove un uomo tutto sommato ancora giovane come lui denunciava già la propria crisi creativa traendone,però,una serie di invenzioni che davano un senso struggente alla malinconia dell’atto incontenibile di inventare immaginare raccontare,e dopo quasi un lustro da quell’esagerato affresco funereo che fu La dolce vita,Fellini si riappacifica un po’ con se stesso e ci risparmia il monologo ipertrofico che sembrava la legge non scritta dei suoi film precedenti( eccezion fatta per l’omaggio in buona parte ipocrita e parecchio declinato in un consapevole cattivo gusto che fu Giulietta degli spiriti) per raccontare la progressiva perdita dell’innocenza chiamata a gran voce dal periodo storico in cui si svolgono le vicende di tutti i personaggi;periodo storico nella cui rievocazione Fellini inciampa come capita spesso a chi non ha un buon rapporto con la vita concreta,in cui il solo suggerimento vale molto di più delle sequenze più dilatate:la sirena incute molta più paura dell’effettivo incontro con gli ufficiali fascisti. Per una volta,pur partendo da una matrice autobiografica,Fellini sceglie il nuovo ruolo di biografo dei sogni di creature apparentemente senza virtù,raccogliendo intorno a sé tutte queste isole non così distanti l’una dall’altra come vorrebbero credere di essere,per tutti c’è una nota di elogio,non senza una punta di divertito umorismo quando non di sarcasmo,per vicende spregiudicate eroiche miracolose che forse non hanno mai vissuto:in fondo l’omaggio sta tutto lì,non tanto nella rievocazione fedele di ciò che è stato quanto nella libertà di attribuire esiti fantastici ad avventure che avrebbero potuto essere ma non sono state,almeno non nel modo in cui vengono raccontate. Rimini è vista e ricordata come terra in cui si rinasce grazie all’investitura concessa dalla clemenza e dalla tracotanza innocente delle menzogne,e il provincialismo che tanto poteva disturbare in altri titoli del maestro,e che qui si risolve in un bozzettismo voluto, diventa uno smisurato mantello dietro cui tutti trovano riparo,perché è da quella condizione che si parte ed è a quella che si guarda spesso,proprio in virtù dell’impossibilità di ritornarvi. Nino Rota con il suo spartito languido,Danilo Donati con i costumi e le scenografie,Rotunno con le sue luci grazie alle quali anche strade e palazzi hanno la pericoloso dolcezza di un corpo umano,tutti fanno parte di quel battaglione con cui Fellini intraprendeva una personale guerra per dare carne e sangue alle ombre cinesi del ricordo,perché nessuno,ma proprio nessuno potesse mancare alla celebrazione dei protagonisti di quella terra di confine oltre la quale sarebbe stato difficile concepire una forma di affabulazione altrettanto estrema e disinvolta,imbevuta,come sempre,da un presagio di morte che nemmeno qui Fellini ha voluto eliminare,quasi stesse facendo un elogio dei defunti. Anche se in fondo non conosciamo i destini cui sono andati incontro,i piccoli grandi protagonisti delle fantasie felliniane hanno trovato qui la ricomposizione inconfutabile delle loro promesse cui Fellini si dedica con lo scrupolo del figlio fortunato e,censurando ogni tentazione di dare un giudizio,li assolve da ogni colpa grazie alla particolare giustizia dei sogni perché all’interno di essi Fellini sa che non esistono perdenti.
Sulla regia di Federico Fellini
Bisogna prendere o lasciare,e in questo caso prendere ci sembra meno faticoso,oltre che meno inutile,che per altri titoli in cui la violenza delll’invenzione visiva era tanto innegabile quanto sterile. Il dubbio ci pungola anche per Amarcord,ma è meno invadente e ci fa sembrare tutto molto più perdonabile.
Sull'interpretazione di Ciccio Ingrassia
Ecco un attore al quale basta una breve permanenza sullo schermo per contraddire quanto di lui conoscevamo,o credevamo di conoscere,per lasciare un segno timido e nascosto come il suo personaggio.
Sull'interpretazione di Magali Noël
La donna dei sogni quando i sogni sono tutti tangibili,indimenticabile personaggio in cui Fellini tenta,per nostra fortuna,di risalire fino al cuore di questa figura femminile senza limitarsi ad accucciarsi nel grembo:e il merito va all’attrice contenuta e ispirata che già ne La dolce vita aveva fatto la differenza.
Sull'interpretazione di Armando Brancia
Sanguigno esempio del padre di famiglia che sente pulsare nelle tempie gli ideali dell’anarchia,interpretato con calore e con momenti di autentica ira,quando feroce,quando esplicitamente divertente.
Sull'interpretazione di Pupella Maggio
Strepitosa interprete,tra le più grandi che l’Italia abbia avuto,è quella del gruppo di attori che insiste meno sul folklore e sull’ammiccamento provincialistico,una madre che non postula allo spettatore lacrime di commozione perché è nel suo solo essere presente che si trovano lo struggimento e lo scoramento in cui è sempre stata ammirevole.
Sull'interpretazione di Bruno Zanin
Il giovane Titta,alter ego di Fellini,un ragazzaccio dall’apparenza qualunque con tanti,troppi sogni e dalla simpatia immediata e fanfarona.
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