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Opinione di Utente rimosso (signor joshua) su L'amico di famiglia





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28/08/2010 voto al film: voto sufficiente

Sul film

Non fraintendiamoci: si tratta di un'opera importantissima nel nostro panorama cinematografico presente, ma anche, di uno di quei film che servono per sperare in un futuro artistico migliore, per il nostro paese morente. Sorrentino, si riconferma per la terza volta, straordinario narratore, delicato nel rappresentare la pesantezza della vita, e straziante quando crea intorno ai suoi protagonisti le condizioni inevitabili che gli schiacciano senza che loro possano farci niente, o comunque, nella condizione di provare tanto rimorso, costringendoli a rinchiudersi nella solitudine, per crogiolarsi nella loro disperazione. Un po' come succede all'usuraio Geremia, che naviga silenzioso, per le periferie cittadine dell'Agro Pontino, arrancando con la sua goffaggine: è vecchio, storpio e prigioniero di sua madre, fa favori alle famiglie della città, credendo di aiutarli, ma ma minacciandoli di morte se questi non lo ripagano per il tempo stabilito. È qui che la vicenda trova vita: in questo rapporto contraddittorio che esiste tra Geremia e gli altri, e tra Geremia e se stesso. La sua figura rimane avvolta nelle più fitte contraddizioni per tutto il tempo, e Sorrentino gioca sul suo stato d'animo: lui tenta di auto convincersi che sta facendo del bene agli altri, ma sa perfettamente che rischia di rovinare intere famiglie per il suo vile interesse criminale, e nonostante questo, continua a giustificarsi dicendosi che il mondo funziona così, e che il suo, fondamentalmente, è solo un servizio che rende alla comunità. Gli ci vuole un cambiamento radicale, per fargli vedere la sporcizia in cui vive, un po' in ritardo forse, ma comunque arriva; e allora si rende conto che non è mai stato un amico di famiglia, ma un semplice mafioso di borgata, che sfruttava e veniva sfruttato, e che non è mai stato né veramente ricco, né veramente libero. Per fare ciò, Sorrentino, smonta lo schema scorsesiano del film di mafia, rendendolo privo del calore e del “senso americano” che vi aleggiava, ma non risparmiandosi momenti apertamente comici, ed un'atmosfera sarcastica e disperata, sostituendo la coscienza emigrante americana, con quella quella ignorante ed oscura dell'Italia berlusconiana, ma non consolatoria o retorica, come è stato per altri filmacci usciti negli ultimi anni, semmai oscura, e senza nessuna salvezza. Il problema? Semplice, anzi, neanche troppo: come accade anche ne L'uomo in più (il film d'esordio del regista napoletano), dopo un po' che il film ha incalzato ed ha cominciato a coinvolgere, ad incuriosire e ad emozionare (molto bella la storia secondaria di Bentivoglio, con gli scheletri nell'armadio), la logica e la coerenza, vanno a farsi benedire, facendo sfociare il film nel grottesco, e nella confusione involontaria. Tanto per cominciare, non si capisce molto bene perché dei ricconi di ogni tipo, vadano dal primo morto di fame che capita, a farsi prestare dei soldi, usurario che per altro, non ha neanche una grande reputazione, né una scorta molto “efficiente”, e che, quindi, potrebbe essere derubato e tolto di mezzo senza troppi problemi. Ma la cosa che è davvero incomprensibile, è l'interessamento che la giovane Laura Chiatti, sembra provare per lui: cioè... vogliono farci credere che una ragazza, bella, viziata ed egoista, prova attrazione per un uomo tartaruga, brutto, storpio, criminale e povero? Certo, e io sono Napoleone Bonaparte... è chiaro che simili idiozie, che hanno una credibilità pari a quella che avrebbe l'incredibile Hulk con le buone maniere, fanno perdere molto al film, ed oltre tutto, la prima citata Chiatti, è “leggermente” penosa. Comunque abbiamo due protagonisti in forma, una sceneggiatura ben scritta, una regia magnifica, e, soprattutto, qualcosa di concreto da dire, e in anni bui come questi, è già qualcosa di straordinario.


SI

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