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L'amico di famiglia - La recensione di FilmTv




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La recensione di FilmTv

di Aldo Fittante

Un'allegoria cinica e brutale sull'Italia di oggi, rappresentata da un laido, spaventoso usuraio

Paolo Sorrentino parla ancora dell?Italia di oggi partendo da un punto di vista che vuole guardare oltre ciò che ci circonda. E così, in uno scenario (sur)reale, dechirichiano e fascista (l'Agro Pontino), affonda la sua storia di poteri usurai e degrado culturale, di lerciume e di tirchierie, di morbosità e di cinismo («Vieni a cambiarmi la padella: puzza!». «E prenditi una polacca!»), costruendo un'allegoria ai limiti del nichilismo sul Belpaese che sogna di trasformare i giorni religiosi e fausti (matrimoni, battesimi e affini) in squallide imitazioni di altrettante sordide e misere trasmissioni televisive. L'emblema del suo terzo lungometraggio è Geremia de' Geremei (uno stratosferico Giacomo Rizzo), che per non spendere nemmeno i soldi di un analgesico, gira con la testa fasciata da una bandana all'amatriciana che stringe fette di patate in un rimedio senza rimedio. La sua è una non voglia di guarire, una cronica mancanza di ambizioni senza coscienza che si nutre esclusivamente di volgarità. Il grottesco di Sorrentino svela lo sfascio italico con la stessa forza dell'architettura mussoliniana che lo sorregge. Certi squarci ricordano il miglior Petri e il rimando ci conferma che, negli ultimi trent'anni, non è cambiato niente, è peggiorato tutto. L'etica è diventata ormai l'estetica del brutto, la bellezza è irrintracciabile, le strade sono vuote di un pieno che è solo numerico e per i soldi si è disposti a ogni tipo di umiliazione. Sentir parlare Geremia, con i suoi acuti aforismi che stridono con la sua laida decadenza, mette davvero i brividi. Perché ci spalanca gli occhi su cosa siamo diventati. Su dove siamo costretti a sopravvivere.


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