Opinione di ga.s su United 93
Con J. J. Johnson, Lewis Alsamari, Gary Commock, Trish Gates, Polly Adams, Cheyenne Jackson
- negative [11]
- sufficienti [6]
- positive [62]
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Sul film
Quando un film è tratto da una storia vera, si tratta quasi sempre di storie private che non possono in alcun modo toccare la vita personale degli spettatori. E comunque, anche quando si raccontano fatti che hanno assunto nello scorrere degli anni una valenza storica, il lasso di tempo che divide l’evento dalla sua riproposta filmica, fa in modo che tra la narrazione e il pubblico si ponga una distanza tale che non lo coinvolga troppo emotivamente. Per i film tratti da storia vere queste sono quasi delle regole ferree, oggi però, con United 93, Paul Greengrass infrange questa prassi, rischiando parecchio, ma restituendoci una storia tragica come meglio non poteva essere raccontata. United 93, illustrando la storia dell’unico aereo dirottato l’11 settembre 2001 che non colpì il suo obiettivo, ci racconta, a breve distanza, una vicenda privata e storica, che per la sua vicinanza temporale e per le conseguenze che ha avuto (e ancora sta avendo) su ciò che è successivamente accaduto nello scenario internazionale, tocca l’anima – e quindi le paure - di ogni spettatore. Non è possibile mostrare distacco d’innanzi a questo film, poiché qui non si tratta di un Poseidon o di un Titanic, bensì di una realtà che sta, dentro e fuori di metafora, paurosamente accanto a noi. Evitando accuratamente ogni possibilità di retorica patriottica e costruendo una emotività straziante, ma mai ricattatoria, Paul Greengrass crea il miglior omaggio che il cinema potesse fare a quanti sono morti in quell’11 settembre. Servendosi delle testimonianze raccolte dalle registrazioni delle telefonate fatte dai passeggeri durante il dirottamento, Greengrass riesce a dare estrema credibilità alla paura, ma anche al coraggio di quelle persone che hanno tentato il tutto per tutto e, cosa ancora più coraggioso e inaspettata, dà un ritratto dei dirottatori privo di ogni schematismo. Greengrass confonde i terroristi tra gli altri, ma ne evidenzia allo stesso tempo le differenze; li pone sottilmente in conflitto, ma ne sottolinea anche l’unità; li fa pregare suggerendo la loro decisione, ma anche i loro timori; li mostra come uomini invasati di lucida follia, ma anche deboli d’innanzi alla vera unità: quella dei passeggeri. Lo stile viso del film è quello ormai tipico di Greengrass, con un ampio uso della macchina a mano, estremamente mobile, sempre in grado di sottolineare la tensione e la concitazione in una storia molto dialogata, e, tutto sommato, con poca azione (circoscritta nell’ultima parte, quando i terroristi si rivelano come tali, ma soprattutto quando i passeggeri cercano di passare all’azione). A questa visione mossa, ma mai troppo “dogmatica”, si alterna la prima parte, quasi documentarstica – illustra tutti i preparartivi del volo – che non risulta però meno inquietante, suggerendo una “quiete prima della tempesta” ogni qual volta le inquadrature indugiano sugli ancora insospettati terroristi. Dopo i pregevoli Bloody Sunday e The Bourne supremacy, Paul Greengrass fa centro per la terza volta, dimostrandosi davvero abile nel dare corpo e anima ad un cinema impegnato e cronachistico, senza eccessivo esibizionismo o slabbrature sentimentalistiche a buon mercato, e confermandosi un autore di primo piano che meriterrebbe davvero più attenzione da parte della critica.
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