Hud il selvaggio (1963)
Con Paul Newman, Melvyn Douglas, Patricia Neal, Brandon de Wilde
La trama
Nel grande ranch di Homer, anziano allevatore di bestiame, orgoglioso e tradizionalista, vivono il figlio trentenne, Hud, un ragazzo ribelle e il nipote Lon, sensibile e idealista. Ma quando una grave malattia colpisce le mandrie e Homer è costretto a far abbattere il bestiame, Hud assume il comando del ranch e tenta di far interdire il padre. Una sera, Hud e Lon, vedono il corpo di un uomo a terra, quando si avvicinano scoprono che si tratta di Homer.
Il film è solo un corretto veicolo che Ritt porge con altissimo professionismo ad uno straordinario Paul Newman. Il film ottenne tre Oscar: per Patricia Neal, come attrice protagonista, per Melvyn Douglas, attore non protagonista e per la fotografia di James Wong Howe.
L'opinione più votata
Di scapigliato scritta il 07/01/2012 - utile per 4 utenti
Voto al film: 
È quello che succede con Hud di Martin Ritt. Preso da Larry McMurtry, un virtuoso della narrativa western d’autore – Owen Wister, per intenderci, diventa piccolo come una mosca a confronto – in cui “il selvaggio” protagonista interpretato da un Paul Newman in stato di grazia – l’equivalente, possiamo dire, di Marlon Brando in Un tram chiamato desiderio – è la coscienza nera di un’America marginale che fonda le proprie radici nel magma misterioso dell’epopea western, dove il rimosso e l’enigmatico, il parricidio e il senso di colpa storico e atavico dei primi americani innervano non solo la narrazione, quanto tutto l’impianto critico sia del film che del New Historicism, che getta ombre, e non rosse, bensì bianche e very WASP, su tutta la storia nazionale americana.
Se il film narra la storia di Hud, anima ribelle, ossessionato dalla compulsione allo scontro fisico e verbale, alla conquista erotica, alle corse veloci in macchina, all’abuso di alcol e alla riottosità verso tutto ciò che lo separa dalle purezza del vecchio West, nonostante poi si conceda alla truffa e all’inganno tipici dell’epoca affarista moderna, se il film racconta tutto questo con ampio uso del mélo e della tragedia famigliare, Hud non è soltanto un personaggio cinematografico, non è soltanto un agente del disordine, un atomo impazzito interno ad una narrazione, ma è l’ombra junghiana che al pari delle ombre, stavolta sì rosse e nere, dei soprusi razziali, dei genocidi e della schiavitù, riemerge dal passato per destabilizzare la tranquilla vita rurale, quella tipicamente americana, quella da cartolina e da spot pubblicitario, insomma quella di propaganda.
Attraverso pochi luoghi comuni del genere western, Hud mette alla berlina sia gli animi ribelli che tanta America ha partorito, sia i loro padri, in un continuum critico di rivitalizzazione del mito archetipico del parricidio, un lusso tutto statunitense. Uccidere il padre è una delle serpi velenose che strisciano in bassocontinuo nella cultura americana, e in Hud il conflitto emerge potente, peggio che in Gioventù bruciata, ancora più radicalmente che in Anello di sangue, dove un giovane e già straordinario Gene Hackman doveva proprio confrontarsi con Melvyn Douglas, padre padrone che anche in Hud assume i toni del “vecchio” convitato di pietra. Non ancora morto, non ancora ucciso simbolicamente dal figlio ribelle, il vecchio Douglas è uno spettro, un fantasma, un vecchio cowboy, un vecchio ranchero, ancora legato ad una società primitiva, fatta di onori e discipline. A cozzare quindi, non è tanto il valore di una società contro l’altra, disciplina contro ribellione. No, a cozzare tra loro sono le corde scoperte di quelle nervature che nella loro sfacettatura, nel loro non-monolitismo, rendono il “corpo americano” un corpo nudo, esposto, febbrile, mai pacificato.
10 gennaio 2012 Opinione di barabbovich su "Hud il selvaggio"
Bisogna scomodare qualche ermeneuta all'altezza di Gadamer per capire le ragioni per cui Hud il selvaggio viene considerato uno dei migliori film di Martin Ritt. Va bene il racconto del tramonto della civiltà contadina, epitomizzato nella scena in cui una mandria di vacche viene ammassata in una fossa e sterminata a fucilate; vanno bene anche i dissidi familiari e va bene pure la parabola umana di un playboy trentenne (Newman) che alla fine non riesce a distillare una sola goccia...
voto al film: 
7 gennaio 2012 Opinione di scapigliato su "Hud il selvaggio"
Il cinema americano, spesso e volentieri ispirandosi a opere letterarie, ha riattraversato i sentieri del West decenni dopo la sua famosa epopea. L’intenzione di certe operazioni può essere da un lato di raccontare la vita e i personaggi di quell’America rurale né più né meno come se fossero in un vero western, quindi senza circoscrivere l’idea di genere ad un puro dato temporale; da un altro lato invece, l’operazione può servire per riflettere, metadiscorsivamente, sul genere...
voto al film: 
20 luglio 2011 Opinione di ligeti su "Hud il selvaggio"
Nel grande ranch texano di Homer Bannon, allevatore orgoglioso e all’antica, vivono il figlio trentenne Hud — tipo spregiudicato e ribelle la cui vita è limitata a bere, iniziare risse al bar, girare con la sua Cadillac sportiva rosa ed andare a letto con le donne (sposate o no) — e il nipote diciassettenne ed orfano Lonnie, diviso negli affetti tra i due e dispiaciuto dei contrasti tra di loro. Sia Lonnie che Hud sono attratti in qualche modo da Alma, la...
voto al film: 
27 novembre 2008 Opinione di emmepi8 su "Hud il selvaggio"
Un bella fiducia fra interprete e regista, si è girato bene intorno ad un personaggio portato avanti da Newman da qualche anno, qui portato alle estreme conseguenze con un finale non consolatorio e non tanto romanticamente compreso. Uno scavo familiare molto classico, ma senza sbafature inutilmente giustificative, il personaggio femminile è ben sceneggiato e ben servito dalla Neal in maniera molto efficace e meritevole del premio Oscar. Ritt ha saputo cucire la storie senza troppi...
voto al film: 
22 giugno 2006 Opinione di will kane su "Hud il selvaggio"
"Paul Newman E' Hud!",gridava la pubblicità di questo robusto melodramma familiar-western diretto da Martin Ritt,uno dei registi di fiducia del divo dagli occhi azzurri di "Butch Cassidy";premiato con tre Oscar,ma non per quello per Newman,che,come molte altre volte,si vide scivolar via la statuetta nonostante il coraggio di interpretare un personaggio sgradevole,cinico e poco raccomandabile,speculare a quello impersonato da James Dean ne "Il gigante".Ambientato in un'arido West...
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7 maggio 2006 Opinione di chilex su "Hud il selvaggio"
Dal grande racconto di Larry McMurtry uno straordinario melodramma in chiave western,un Texas malinconico e suggestivo anche grazie alla fotografia dell'immenso James Wong Howe.Eccellenti gli interpreti:Patricia Neal,indimenticabile,e Melvyn Douglas vinsero l'oscar.Hud e'un Paul Newman in stato di grazia!!Nel pieno della sua bellezza e maturita' artistica.Piu' sexy di cosi'....si muore.
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