Opinione di spopola su Bobby
Con Harry Belafonte, Laurence Fishburne, Sharon Stone, Heather Graham, Anthony Hopkins, Demi Moore, Helen Hunt, Ashton Kutcher, William H. Macy
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Sul film
AGGIORNAMENTO OPINIONE. Ha scelto con coraggio l’impervia strada dell’affresco corale Emilio Estevez per il suo Bobby, e possiamo ben dire che la scommessa, decisamente “ostica” sulla carta, è stata invece ampiamente vinta perché i risultati sono - più che apprezzabili - decisamente positivi. Dobbiamo comunque ammettere (ma sarebbe davvero una disquisizione tutto sommato inutile e persino superflua, perché quel che conta è l’impatto complessivo dell’impresa, e questo c’è ed è fortemente coinvolgente) che non tutto procede alla “stessa velocità” e livello (soprattutto nella prima parte) e che qualche passaggio risulta un po’ forzato, così come non tutti i personaggi della vasta galleria (ben 22) risultano messi a fuoco con la stessa ”lucidità” e nitore, tanto che alcune delle storie più marginali (o superflue) finiscono persino per “smarrirsi” durante il tragitto. Non facciamone allora una questione di “lana caprina” riconoscendo al regista, in pratica qui alla sua prima vera prova impegnata e seriamente significativa (se valutiamo oggettivamente ciò che aveva prodotto in precedenza spesso risibile e “incolore”), tutta l’ardimentosa dedizione dimostrata nel decidere di “raccontare” la tragicità dell’evento che sta al centro del progetto, semplicemente rappresentando il “contorno”, il contesto e le persone che animano lo scenario, secondo un tracciato “altmaniano” che richiede una perizia e una “spudoratezza” anche tecnica notevolissima, oltre che una chiarezza di sguardo che permetta un adeguato dominio della materia, affinché non ci siano eccessive sbavature e dispersioni, così che alla fine davvero i principali pezzi del mosaico si coagulino fra loro trovando i giusti incastri per riprodurre il “disegno originale” senza disperderne le valenze politiche e sociali. Ed è proprio con questo obiettivo che Estevez anziché concentrarsi sulla storicizzazione della “figura” centrale di Robert Kennedy, preferisce soffermarsi a riflettere (costringendoci a fare altrettanto) su ciò che ha effettivamente rappresentato la sua persona (al di là di ciò che effettivamente era), estrapolando in primo piano le speranze e le illusioni che aveva saputo alimentare il suo “progetto politico”, purtroppo prematuramente (e definitivamente) soffocate da quei colpi di pistola sparati a bruciapelo negli spazi demodé dell’Hotel Ambassodor di Los Angeles il 4 giugno del 1968. Un epilogo drammaticamente cruento che purtroppo non ha consentito possibili riscontri oggettivi su ciò che sarebbe davvero rimasto “dell’idea”, nel passaggio dall’esposizione teorica alla pratica. E la fine del “sogno” è brusca e repentina, rappresenta uno scossone traumatico anche per lo spettatore per il suo carico di violenza e di sangue che si porta addosso, in quel finale parossistico e accorto, costruito con sapiente maestria, ritmandolo sulle parole di uno dei discorsi più importanti e famosi di colui che sarebbe potuto diventare il nuovo “Presidente della speranza”. Parole che ci fanno ancor più comprendere la portata della tragedia e intravedere le “responsabilità” che sono ben più marcate e profonde di quelle del folle gesto di un disadattato fuori di testa: un “evento” studiato e programmato per scongiurare il cambiamento così necessariamente avvertito in quegli anni (e altrettanto fortemente avversato), così da poter perpetuare nel tempo un disegno diabolicamente oscurantista che resta ancora in piedi oltre 40 anni dopo, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Un ulteriore, “inevitabile” e criminoso assassinio di matrice “politica” quello di Bobby (come quelli analogamente “feroci” e distruttivi che avevano annientato le vite dell’altro Kennedy e di Martin Luther King), un ennesimo misfatto, premeditato e “irrimandabile”, per il quale i veri mandanti, effettivi o presunti che dir si voglia (purtroppo la “storia” con le sue lacunose omissioni, non ci consente di fare piena luce sui nomi e di formulare accuse più circostanziate e precise) non solo non sono stati puniti, ma hanno persino ottenuto (questo per lo meno lo possiamo affermare senza tema di possibili smentite) il riconoscimento “legale” della loro condizione predominante, assicurandosi così un prolungato e malsano controllo delle leve del potere che ancora tengono strette in pungo nonostante tutto. Ed è in questa prospettiva che Bobby diventa allora la rappresentazione di una crisi di identità (e di ideali), quella di un paese (gli Stati Uniti d’America) e di una parte cospicua del suo popolo (quello più aperto e “progressista”), una angolazione questa che consente una “lettura dei fatti” e delle “azioni” perfettamente inserita nell’assurda ripetitività che assimila il presente a un passato non dimenticato (l’Iraq come il Vietnam) ma in una dimensione purtroppo ancor più priva di speranza, sia per la caduta verticale della ragione e del buon senso che non è fatto di secondaria importanza, che per l’assenza di una personalità di analogo carisma capace in qualche modo di “accogliere” e coordinare le disperate istanze di chi invece non vuole ancora arrendersi all’evidenza della sconfitta. Ecco che allora ci viene (fortunatamente) risparmiato il “santino” che avrebbe fortemente sminuito l’importanza dell’impatto sociologico dell’accusa: Bobby è tangibilmente percepibile soltanto attraverso le immagini di repertorio e grazie alla “forza” - persino un poco retorica – delle sue parole, mentre tutta l’attenzione si sposta sulla varia umanità che anima(va) le stanze di quell’albergo in quella giornata così tumultuosa e febbrile, piccolissime vicende di normale amministrazione, ma non per questo meno appassionanti nel flusso della grande storia, perché emblematiche nel riprodurre uno “spaccato” attendibile - ancora la grandissima lezione altmaniana!!!- di quell’America liberal o “marginale” che subirà la debacle, ben rappresentata da quegli spauriti diseredati in cerca di asilo, alle prese con le propri paure, le proprie illusioni e i propri fallimenti, una moltitudine in espansione progressiva e inarrestabile di “marginali” illusi e destinati alla sconfitta, che identificava in Kennedy l’unica possibilità di “riscatto possibile”, intravedeva in lui e nella sua affermazione, il “mezzo” che permettesse davvero la realizzazione di una differente e nuova “prospettiva di decenza”, quella di una uguaglianza formale dei diritti e di un riconoscimento rispettoso delle priorità, che quelle “promesse di cambiamento” e il suo impegno sul campo, lasciavano per lo meno prevedere come possibili. Un progetto a lungo accarezzato quello di Estevez che vuole essere anche un contributo personale per mantenere attiva la “memoria” e il ricordo, complici una attonita galleria di “figuranti”, a loro volta a vario titolo coinvolti e travolti da quell’attentato assurdo e delittuoso, che rappresentò davvero la fine delle illusioni e la definitiva perdita dell’innocenza di una nazione e di una (presunta) civiltà. Si avverte, al di là dell’impegno profuso, la “passione” profonda che anima l’impresa, così viscerale e sentita, da contagiare non solo il nutrito cast stellare che ha accettato di condividere il viaggio (tutti attori di “chiara fama” stupefacentemente “in parte” senza gigionismi o prevaricazioni, disponibili, con l’umiltà del “grandi” ad essere semplici e momentanei “solisti” di un disegno corale di più ampie proporzioni). Fra tanti prestigiosi nomi (tutti bravissimi), una menzione davvero speciale, almeno per le mie personali preferenze, la meritano Sharon Stone e Demi Moore, coraggiosamente disponibili a presentarsi con i segni indelebili dell’invecchiamento, in un “duetto” che rappresenta non solo un assoluto pezzo di bravura, ma soprattutto uno dei momenti più straordinari - insieme al finale - di tutta la pellicola. Una passione “civile” che si trasmette inevitabilmente e per intero anche al pubblico fruitore in sala che non può evitare di lasciarsi travolgere da quell’emozione impossibile da disattivare, di fronte non tanto alle immagini della tragedia, quanto all’attualità che travalica il tempo e le parole di quell’accorato discorso conclusivo, da solo capace di ricordare che troppo spesso in quel paese “al di là del mare”, è stato il sangue a soffocare possibili “aneliti di redenzione”, ieri come adesso… ed è una constatazione questa che non può lasciare né indifferenti né passivi. Singolarmente (ma la cosa ovviamente non sorprende, semmai intristisce) ancora una volta l’Academy ha praticamente disatteso le aspettative “snobbando” completamente una pellicola (e i suoi appassionati interpreti) certamente non priva di difetti, ma così “eloquente” da risultare – ai giorni nostri – imprescindibile e necessaria (e si ritorna allora a discernere sui premi e sulla loro vacuità, o inutilità che dir si voglia, se devono essere sempre assegnati con tanta approssimazione, o ancor peggio, con finalità meramente di carattere mercantile!!!).
Commenti
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1 marzo 2011, 04:29 di Inside man
Davvero un buon film questo di Estevez, qui in un'atipica e sorprendente veste autoriale (non avrei mai scommesso un centesimo sulla più che decorosa riuscita di una qualsiasi sua pellicola). La tua ottima analisi Valerio, fra le altre numerose sollecitazioni, sottolinea opportunamente il valore epocale di quel tragico evento, tuttora tra i più sottovalutati dalla storiografia novecentesca ancora troppo avezza a discutere su cause ed effetti dei percorsi storici così come si sono concretati piuttosto che sulle cause e i "non" effetti delle cesure che ne hanno irrimediabilmente deviato i tragitti (altri lampanti esempi, la sentenza pro-Bush Jr. sul voto in Florida del 2000, o l'approvazione dei decreti leggi craxiani e della legge Mammi di regolamentazione/monopolizzazione editoriale/televisiva in favore di Berlusconi tra il 1985 e il 1990). E' un dato di fatto incontrovertibile che l'omicidio di Bob Kennedy (un capolavoro di "misfatto premeditato e “irrimandabile”, come scrivi sagacemente) ben più di quella del fratello maggiore (senz'altro più allineato e consociato con i poteri e l'establishment conservatore di quanto il suo mito abbia poi decantato), abbia incanalato l'intera storia mondiale del novecento verso una prestabilita "rassicurante e reazionaria" direzione (con pochissime luci e un'infinità di ombre a mio modesto parere) senza che si creassero condizioni di ulteriori radicali cambiamenti almeno fino alla caduta del muro di Berlino. Robert Kennedy non sarebbe stato certamente un messia, tuttavia assai ragionevolmente si può sostenere che ci avrebbe risparmiato parecchi dei danni dell'era Nixon, dall'escalation dei bombardamenti in Vietnam all'infinita e fallimentare exit strategy, dall'applicazione su larga scala delle tecniche di strategia della tensione alla metodica adozione del golpismo in Sudamerica e non solo (vedi Grecia), dal rapporto chiuso e conflittuale con le istanze delle giovani generazioni sessantottine e delle minoranze razziali discriminate, alle deludenti contromisure rispetto ad una recessione economico-sociale che giunta fino ai primi anni "80 accantonò definitivamente le teorie keynesiane, incubando l'avvento di un neo-liberismo quantomai nefasto secondo la prospettiva odierna (leggi dominio della speculazione internazionale ormai incontrollabile). Dunque che Bobby fosse un pericolo gravissimo per una consistente fetta di opinione pubblica e andasse eliminato fisicamente per i criminali standard del conservatorismo/pragmatismo politico d'allora era fin troppo evidente, e dopo il pastrocchio di Dallas e le surreali elucubrazioni sul proiettile iper-ballerino e sulla subitanea distruzione di elementi di prova fondamentali (l'auto presidenziale o l'autopsia mai portata a termine completamente), cosa c'era di meglio, sull'onda "dell'ottimo risultato" ottenuto con Martin Luther King, che lasciare un'autostrada sgombra al primo pazzoide opportunamente "convogliato e agevolato"? D'altronde Estevez mostra bene nei filmati d'epoca come veniva garantita la sicurezza di Bobby durante una delle campagne elettorali più incandescenti e violente della storia americana, in un periodo in cui si succedevano regolarmente attentati verso rappresentanti ora riformisti ora estremisti (Malcolm X), premi Nobel della pace (King), persino artisti (Warhol), e ben sapendo come negli anni Robert Kennedy si fosse fatto tra le gerarchie di potere ancor più nemici di JFK, se possibile (il quale era stato assassinato su una macchina scoperta, e naturalmente a sei anni di distanza, il fratello minore si trovava invariabilmente allo scoperto e a diretto contatto con chiunque senza alcun filtro). Com'era prevedibile, da quel 6 giugno 1968 il mondo non cambiò, e non in meglio. Bravo Estevez e bravissimo, come sempre, Valerio. Un saluto.
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1 marzo 2011, 05:44 di spopola
..Daniele purtroppo è così che va (e continua ad andare il mondo). Hai perfettamente centrato tutti i problemi anche italiani che ci hanno fatto arrivare al punto senza ritorno in cui siamo anche qui in Italia (Berlusconi non è finiti non darà mai le dimissioni non si farà processare, e ciò che ci sta preparando finirà per devastare il residuo di democrazia che ancora ci rimane, ma sembra che nessuno voglia accorgersi che questo è ancora peggio di ciò che accadeva nel fascismo perchè adesso c'è meno consapevolezza, meno menti illuminate che si oppongono e le televisioni fanno molto di pià, scavano in profondità (in negativo) degli indottrinamenti indotti di quel periodo. Tornando al film come sempre succede inq uesti casi, il pubblico lo ha praticamente disertato (non so come sarà stato accolto il passagigo ieri sera su Rai tre: spero che per lo meno sia riuscito ad avere un buon ascolto!
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