Opinione di Spielbergman su The Prestige
Con Hugh Jackman, Christian Bale, Michael Caine, Scarlett Johansson, David Bowie, Piper Perabo
- negative [8]
- sufficienti [16]
- positive [133]
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Sul film
Al cinema, ci sono pochi argomenti che anche se trattati decine e decine di volte in tutte le salse non stancheranno mai di farmi sognare; ne cito due, attigui: la vendetta e l’ossessione. L’arte ha costruito su questi due temi alcune delle più belle storie d’ogni tempo, e anche i film degli ultimi anni hanno a mio parere sufficientemente appagato la fame di molti “romantici” con storie di uomini alle prese con fisse e obbiettivi irraggiungibili. Alcuni nomi che mi vengono in mente sono Michael Mann con la maggior parte dei suoi film, “Il Petroliere” di Anderson, “Master & Commander” di Weir, ma la lista è lunghissima. C’è persino “Barry Lyndon” del maestro Kubrick. Un po’ come “Il Petroliere”, “The Prestige” racconta la grandezza e il lato più malato dell’ossessione, la follia che essa comporta, la competizione per raggiungerla. E lo fa come sa fare solo un film di Nolan, sorprendendoti. La mano del britannico piace o non piace, l’ultimo (all’epoca di questa recensione) “Inception” ha spaccato critica e pubblico, lo si elogia come nuovo grande autore o gli si rimprovera di essere troppo popolare per i gusti dell’intellighencia cinefila che vede in lui un furbacchione. Nolan non è un furbacchione, è semplicemente un regista onesto che fa film secondo la sua idea di cinema; idea che senza dubbio si basa, un po’ come programmaticamente dice “The Prestige”, sul congegno, sulla premessa, sulla meraviglia instillata allo spettatore. Almeno, a differenza di molti altri, Nolan ci dice che sta bluffando e che il cinema, la sua magia, non è altro che un enorme gioco a cui far partecipare gli spettatori; un gioco a cui hanno preso parte anche dei fuoriclasse, è vero, ma anche Kubrick giocava col suo pubblico, e neppure poco. L’idea di cinema di Nolan, in “The Prestige”,si manifesta in una struttura solida come un masso attorno a cui viene aggrovigliata una fitta trama di sentimenti discordanti e in contrasto, di sfide personali, di profondi solchi psicologici anche molto dolorosi. Il suo approccio è quello del noir; non racconta la “magia” ma l’inganno, la violenza insita dietro ogni illusione a scopo di lucro, dietro ad ogni cammino per arrivare ad una meta agognata. E dove c’è il noir c’è anche una sfida mortale. In Mann c’era con le pistole e i fucili d’assalto, qui con l’ingegnosità e con crudeli escamotage per danneggiare l’avversario. Non c’è posto per gli “abrakadabra”, per i giochini di mano, mentre la via è spianata al dubbio, alla crudeltà, agli istinti più orribili dei protagonisti. La maggior qualità dello script è senz’altro il fatto di non buttarla sulla retorica, ed anzi di saper raccontare in modo vero e intenso i legami fra i protagonisti (anche questi torbidi ed enigmatici, ma soprattutto molto dolorosi). Alla fine, ciò che rimane è un gioco di specchi che riserva una morale dolente e senza pietà, un colpo secco e a tradimento che può prendere in contropiede, ma col passare del tempo fa di peggio: riflettendo sul film, più si capisce ciò che “The Prestige” vuol comunicare, e quali “segreti” celi la sua sceneggiatura (e soprattutto i loro significati), più si capisce che è un film che ti rimarrà dentro.
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