Opinione di Snaporaz68 su L'arte del sogno
Con Gael García Bernal, Charlotte Gainsbourg, Alain Chabat, Miou-Miou
- negative [13]
- sufficienti [20]
- positive [31]
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Sul film
Ti amo tanto ma mi potresti dare il numero della tua amica?
Dopo il timido debutto con Human Nature e il successo planetario di Eternal Sunshine of Spotless Mind (con sceneggiatura di Philip Kaufmann) arriva la prova del nove per il brutto anatroccolo Gondry (francese trapiantato a NewYork): il film da tempo nel cassetto, scritto e diretto da lui, finalmente libero dalle schiavitù hollywoddiane. Gondry centra il bersaglio alla sua maniera e diventa splendido cigno. Il suo stile inconfondibile, denso di richiami onirici, plastilina slow motion e bricolage, si sbizzarrisce in numerosi cambi di scena e fuochi di artificio visionari, aiutato dai due attori protagonisti (eccezionali Gael Garcia Bernal da La Mala Educacion e Charlotte Gainsbourg che avevamo già apprezzato in NuovoMondo di Crialese) lo seguono sulle montagne russe delle invenzioni surreali. Cinema allo stato puro, in cui i mezzi artigianali allestiti per la messa in scena sono un bello sberleffo nell’epoca del digitale e della tecnologia computerizzata.
Il tema centrale di Gondry è sempre quello già trattato in Eternal Sunshine: la divergenza tra mondo maschile e quello femminile (soprattutto nell’approccio della parte sentimentale) e la distanza incolmabile non solo tra uomo e donna, ma anche tra mondo reale e quello virtuale. Nella testa di Stephan, vi è una giornaliera rappresentazione amatoriale (Stephan TV) di un desiderio costantemente represso nella quotidianità, aspirazioni di infinito, svolazzi di artista che cadano miseramente di fronte le contingenze della vita di tutti i giorni, ansie di castrazione. Così le mortificazioni professionali (un calendario “disastrology” che prevede una disgrazia per ogni mese), i conflitti edipici (una madre che sembra castrare ogni velleità artistica, il padre deceduto di cancro sostituito da Gerard, nuovo compagno della madre, un prestigiatore modello Mago Forrest), gli impulsi sessuali repressi (possedere la segretaria sulla fotocopiatrice) e lo stato nascente di innamoramento per Stephanie (con coincidenza di sogni che entrano in risonanza e si travestono di neorealtà) vengono lasciati a briglia sciolta come il cavallo di pezza Golden. Le mani, queste mani ingombranti, gigantesche, possono dare schiaffi o lanciare oggetti, ma possono anche creare, plasmare i materiali per assecondare i propri progetti, i propri talenti artistici. Arte digitale che non prevede l’utilizzo di computer ma proprio le dita delle mani. Il cotone è nuvola, il cellophane è acqua (l’anarchia del cellophane), un cesto di vimini una barca, i fili di ferro la foresta. Certo se poi nel delirio onirico chiediamo il numero di telefono dell’amica Zoe (il sesso come fattore confondente), tutte le nostre costruzioni artigianali e pupazzi animati possono servire a ben poco.
Se il mondo tende ad assassinare ogni slancio ideale, seppellendo ogni morale (calendari con donne nude e satiri che provano la posizione della capra sul dirupo) la via di fuga è quella della immaginazione al potere, dei sogni di cartapesta, delle invenzioni improbabili. Gli occhiali 3D, il casco per la trasmissione del pensiero, la macchina del tempo che sposta avanti e indietro di un secondo sono tutti artifici che cercano di stabilire un contatto con un universo sconosciuto come quello femminile, di sostituire agli impacci adolescenziali un codice segreto che ci porti lontano, nell’isola che non c’è. Se il punto di vista di Stephane è chiaro anche se continuamente in adattamento e corretto in corsa, il personaggio di Stephanie sembra perder man mano di consistenza e divenire esso stesso figura di plastilina, con connotazioni superficialmente nevrotiche. Più si avvicina l’oggetto del desiderio, più tendo alla fuga. Chiamatelo come volete: evitamento, rimozione, spostamento. Ma in amore vince veramente chi fugge?
Qualche critico ha cercato di identificare i padrini cinematografici di Gondry in Godard, Truffat e tutta la Nouvelle Vague. In realtà la deformazione grottesca e lo spirito anarcoide sembrano spostare il giovane talento più dalle parti rispettivamente dei connazionali Tati e Vigo.
Stéphane nel paese delle meraviglie (o nel favoloso mondo di Oz, fate un po’ voi) si inventa un amore che non esiste, nel paradiso dell’utopia cavalca insieme a Stephanie per prendere l’arca prima del grande inganno del mondo degli adulti, del grande diluvio dei compromessi e delle disillusioni. Lì gli alberi crescono nel cellophane e non ci sono malattie o dolori, i sentimenti sono corrisposti e il lavoro creativo sostituisce quello alienante dei Tempi Moderni. Stephan e Stephanie si fermano sul confine del’amicizia e delle affinità elettive: quando uno dei due prova a varcare la soglia del sentimento e provare ad innamorarsi l’altro non lo segue più. Le cose che prima univano adesso dividono e ci si continua a rincorrere all’infinito senza più raggiungersi. In Eternal Sunshine pur facendo tabula rasa sul passato ci si incontrava, ci si innamorava e poi, inevitabilmente, ci si scontrava. Il segreto era accontentarsi e non ricercare la perfezione, ma imparare ad amare anche i difetti dell’altro. Il segreto era la dolcezza della memoria immacolata, la utilità del tempo ritrovato, la ossessione della ripetizione.
Qui invece la inconsistenza di una carezza appena accennata è una specie di requiem ad un rapporto che si è consumato solo in potenza mai trasformandosi in atto. Gli amanti di Chagall che prima volavano vincendo perfino la forza di gravità adesso si trovano alle prese con la rivolta degli oggetti animati, sfuggiti al loro controllo. Essere nella testa di John Malkovich o essere nella testa di Stephane: la differenza sta nel fatto che i sogni muoiono all’ombra delle fanciulle in fiore e il ricordo forse è l’unico Paradiso dal quale non possiamo essere scacciati.
L’Arte del Sogno abbassa definitivamente la saracinesca su ogni possibilità di comunicazione tra mondi lontani (pur se così vicini di casa) e demanda alle facoltà oniriche e subconscie ogni possibile realizzazione degli ottativi del cuore (tradotti in un presente infelice). L’estetica del sogno si traveste di post avanguardismo e le scenografie del film diventano arte contemporanea. Arte e vita mescolati insieme in un cocktail in cui è difficile distinguere i sapori. Gondry chiude il film quasi bruscamente, con quel sottofondo amaro di chi si rende conto che forse la felicità non è di questo mondo e che l’amore è una parentesi di cartone tra le mille tessere di questo collage astratto che è la nostra esistenza.
Commenti
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13 dicembre 2010, 19:41 di jonas
"Io non ho il pene" "Però hai la mano sinistra".
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