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Opinione di ed wood su Le vite degli altri

[Das Leben der Anderen, Germania 2006, Drammatico, durata 137']   Regia di Florian Henckel von Donnersmarck
Con Ulrich Muehe, Sebastian Koch, Martina Gedeck




Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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07/11/2011 voto al film: voto buono

Sul film

Un buon esempio di "thriller civile", genere che unisce suspense a denuncia/impegno, in cui gli italiani una volta eccellevano, guidati da Francesco Rosi. L'atmosfera oppressiva, il clima di sospetto, la violenza, la paranoia e lo squallore morale della DDR (come di qualsiasi altra dittatura) sono resi in maniera impeccabile e sono il vero motivo per cui questo film è destinato a rimanere nell'immaginario collettivo. Dove arriva l'impeccabile ricostruzione d'ambiente (visitare il Museo della DDR a Berlino per avere conferme), non sempre arriva una sceneggiatura che è certamente di buon livello, compatta, avvincente e valorizzata da una regia brillante, ma che fallisce, a mio parere, nel disegno dell'evoluzione psicologica della spia Gerd Wiesler (nonostante gli sforzi di un attore apparentemente inespressivo come il compianto Ulrich Muehe, che svetta in un parco attori non esaltante). Dovrebbe trattarsi di un graduale percorso di consapevolezza, da parte di uno dei tanti ingranaggi del potere fascista esercitato dalla Stasi, ma in questo frangente lo script rivela scarsa profondità e annebbia la comprensione in ellissi e reticenze. Cos'è che fa scattare in Wiesler questa presa di coscienza? L'infatuazione per Christa Maria? Le parole di Berthold Brecht? Un sentimento di frustrazione? Oppure una necessità quasi patologica di interferire e condizionare le "vite degli altri", come il vecchio solitario del "Film Rosso" di Kieslowski? Non ci è dato saperlo. E questa opacità, se in un altro contesto poteva risultare affascinante (se si fosse trattato, ad esempio, di un'allegoria grottesca alla Petri), si rivela penalizzante in un'opera così programmaticamente retta, lucida ed esplicita, dove tutti gli altri caratteri sono disegnati con assoluta trasparenza e dove il messaggio anti-autoritario giunge senza ambiguità, con tutta la forza di una sommessa indignazione. Resta quell'atmosfera da incubo, lo sguardo impotente di Wiesler e quegli amari minuti finali, dopo la caduta del Muro, dove la tensione della rievocazione si contrappone ad un sentimento di "fine della Storia".


SI

Commenti

  • 7 novembre 2011, 20:17 di jonas

    L'opacità del protagonista, secondo me, è un elemento del suo carattere: è come se, abituato per mestiere ad agire di nascosto, si nascondesse anche a sé stesso e quindi allo spettatore. I motivi della sua conversione che indichi c'entrano un po' tutti, ma soprattutto mi sembra che ci sia il desiderio di essere finalmente qualcuno.

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