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Opinione di kerouac su La grande città

[Mahangar, India 1963, Drammatico, durata 130', b/n]   Regia di Satyajit Ray
Con Anil Chatterjee, Madhabi Mukherjee, Jaya Bhaduri




Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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16/07/2008 voto al film: voto buono

Sul film

La cinepresa dell’asciutto. Un cinema che non proclama e non accetta facili moralismi, che nasce dalle storie comuni e trova la sua definizione come voce del popolo. Ray è un maestro, una delle testimonianze più delicate del realismo. Dirige i film come un paziente suonatore di sitar che non cerca l’arte ma trova il suo paese. Il suo ruolo di cantore nazionale costituisce una delle prove più preziose per ricostruire il percorso della gente nell’India moderna, la stessa Repubblica che, uscita dal traumatico assassinio di Gandhi nel 1948, cerca una definitiva evoluzione economica e sociale. Il progresso, ma a che prezzo e a quali risultati? Ray ha raccolto i cocci di questo percorso in avanti mettendone in luce i mutamenti all’indietro. Il suo cinema non nasce dalla descrizione didattica dei fenomeni interni, ma da una percezione straordinariamente sensibile della realtà che ha come punto di partenza la semplicità dei singoli individui per poi svilupparsi dalla loro capacità di relazionarsi con la società, le tradizioni, la famiglia. Un’antropologia che guarda dal basso il mondo di tutti giorni, cercando la chiarezza nelle immagini e un realismo personale, autentico. LA GRANDE CITTÀ nasce da queste intenzioni, e le rispetta fino in fondo: lo sguardo oggettivo della macchina da presa sa scavare nelle verità e nelle difficoltà più nascoste degli umili, le trasporta in superficie senza accondiscendere alle trappole della narratologia nazional-popolare e dà coraggiosamente la parola alla donna, finalmente elevata a protagonista dopo un passato vissuto subordinatamente, animata da forza di volontà e lotta per la vita in quella giungla sociale che è la città. Il merito di Ray è partire dai fatti, dai piccoli grandi eventi e dall’impatto che producono nella comunità: non c’è presunzione e la scrittura è il beneficio più evidente di tale coerenza, multiforme perché lucida, icastica ma anche estremamente lirica in alcuni momenti, tanto da avvicinarsi al realismo poetico. Un film disincantato, con il respiro della grande storia e la maturità di un cinema dimesso, che trova il suo nodo tematico nella famiglia e nell’evoluzione del ruolo femminile, sia nel mondo lavorativo che in quello familiare, e soprattutto nell’impossibilità di adattarsi alle dinamiche dell’urbanizzazione, dall’umiliazione della disoccupazione per giovani troppo presto diventati adulti, alla consapevolezza di essere vecchi ed un peso per gli altri. Da scoprire, visto che nessuno dà a Ray lo spazio che merita tra i grandi registi, anche per il finale, tenero e amaro, omaggio al Chaplin di TEMPI MODERNI. Un film che consiglio a chiunque voglia aprire gli occhi su una realtà diversa dalla nostra.


SI

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