Opinione di lao su 28 settimane dopo
Con Robert Carlyle, Rose Byrne, Jeremy Renner, Catherine McCormack, Amanda Walker, Mackintosh Muggleton, Imogen Poots, Shahid Ahmed, Harold Perrineau
- negative [14]
- sufficienti [13]
- positive [41]
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Sul film
Come scomparirà la vita sulla terra? Magari una meteora ci sorprenderà addormentati e senza accorgercene passeremmo dolcemente dal sonno alla morte: lo sterminio della razza umana cosi concepito ricorda la fine inconsapevole che secondo i poeti antichi definiva il trapasso dalla mitica età dell’oro alla durezza delle epoche successive. Noi uomini dell’età del ferro al contrario ci massacreremo con le nostre stesse mani, e l’assistere ad occhi aperti allo spettacolo della nostra autodistruzione, sarà il castigo degno dei nostri peccati: film come 28 settimane dopo, sequel delle pellicola di Danny Boyle 28 giorni dopo del 2003, affidato al regista spagnolo emergente Frenasdillo( Intatto), provano in maniera esemplare come il rimpianto per un’ideale stato di natura e il senso di colpa per averlo tradito siano il vero corroborante del filone catastrofico e antiutopistico. Cogliere nel lungometraggio un riferimento all’Irak sarebbe depauperarne in uno scontato e generico pacifismo il messaggio assai più allarmante. Con perfida abilità l’autore infatti lega le insistite immagini di una Londra deturpata e decimata dalla peste letale e invasa dagli zombie affamati a quella dell’occupazione di un esercito straniero, come a dire allo spettatore europeo e statunitense che guerre e interventi militari in paesi stranieri comportano sempre e comunque la soppressione di una civiltà, ne sono causa e conseguenza insieme: la pellicola pedina senza digressioni superflue un manipolo di sopravvissuti, fra cui un nucleo famigliare disgregato, in fuga all’interno di un labirinto fumoso e buio, guidato dal caso provvidenziale e dall’aura protettrice della fanciullezza, unica speranza di rinascita. Niente di nuovo nell’intreccio, evidente l’impronta del lungometraggio di Cuaròn I figli degli uomini, tuttavia qui l’ossificazione categorica di psicologie e dialoghi amplifica l’elemento perturbante ovvero la restituzione dell’atmosfera claustrofobica percepibile oggi nelle metropoli di occidente: la deformazione del paesaggio urbano provocata dalla paura è qualcosa di più di una metafora fantascientifica.Mio blog..http://spettatore.ilcannocchiale.it
Cosa cambierei
avrei affolato di meno la squadra dei fuggitivi
Commenti
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22 luglio 2008, 12:55 di alexxxia
L'"ordigno di fine di mondo" a volte è l'uomo stesso. Tema a me molto caro e fonte prolifica di film dopo il notevole "I Figli degli Uomini" di Cuarón.
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