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Opinione di Mr.Klein su La giusta distanza





Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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2010-03-08 12:14:11 voto al film: voto sufficiente

Sul film

Il sonno apparente della provincia ai cui avvenimenti si assiste e si tace da dietro le finestre e che scolora nella paziente attesa di un avvenimento che regali poesia alle vite mancate grazie alle quali essa si rafforza,conforta anche le ambizioni di chi tenterà la fuga e raccoglie la solitudine di una o più passioni,molto spesso dolorose perché ancora più brevi e illusorie di una parentesi pienamente vissuta.
Su questo romanzo d’amore scritto di nascosto e poi convertito,per vigliaccheria o per umiltà,al lessico laconico della cronaca,lavora Carlo Mazzacurati,che non rinuncia a concentrarsi sugli individui che accettano l’avvertimento della vita a non tentare nessun gesto audace,sapendo di essere l’alternativa concreta alla vita fagocitante della metropoli.
Romanzo o anche solo raccolta di appunti sparsi che si cerca di accorpare in esito in cui la descrizione partecipe degli abitanti della storia non si infiacchisca nell’autoreferenzialità,La giusta distanza ripesca ripesca nell’ambientazione nordica solo all’apparenza respingente una serie di caratteri che valgono come riedizione visiva della prosa di Piero Chiara cui viene in parte sottratta l’aneddotica pettegola nella sua accezione allegramente crudele per rivederla e aggiornarla in seguito all’insediamento dell’altro,dello straniero,e non come sequenza di ordinari fatterelli quotidiani narrati sul filo della memoria.
Il giallo che si fa strada a ¾ di film non ha in sé molto sostanza o importanza,e forse Mazzacurati non voleva lo avesse,ma risulta diluito in lunga introduzione ad un fatto che non si compie pienamente perché non esiste una vera soluzione,una spiegazione morale che appaia davvero convincente,quasi volesse dimostrare che nonostante la novità del paesaggio(non solo esteriore) e la sua facciata accogliente non esiste mai una zona che possa dirsi franca né un rifugio che proprio la varia umanità non abbia la tentazione di scoprire,attraverso il rinnovato stupore dello sguardo incrociato del personaggio di Giovanni Capovilla e quello più attraente e accurato di Valentina Lodovini.
Nella visita alla piccola comunità nordica,avvolta da una vivacità incerta e da una più vistosa e acre nebbiosità,l’inedito(in Italia) personaggio di Mara,per certi versi già condannato in seguito al primo esame di sguardi,ridistribuisce con generosità il dimenticato afrore della femminilità che scardina le paure,ridesta suo malgrado la necessità del desiderio,ma non riesce a intercedere per la salvezza di chi la possiede.
In mezzo a tutte queste sospensioni emotive il film,controllato e in alcuni momenti assai delicato nel descrivere il ricordo di un idillio mai veramente cominciato,matura una serie di promesse che con il suo procedere non sembra vengano mantenute.
Agli occhi di Mazzacurati non è nemmeno da discutere la legittimità delle motivazioni di ogni singolo personaggio,e questa severa ecumenicità rimbalza sull’assunto del film come un nulla di fatto esteso a tutta la profondità dei caratteri:il regista li accetta tutti e tenta di rendere naturale lo stesso stato d’animo nello spettatore,ma ciò che si può accettare non sempre porta ad una conseguente condivisione.
La sacrosante uguaglianza umana non può e non deve sorvolare sull’attrito faticosa ma molto avvincente imposto da un diverso linguaggio che può anche sollevare il dubbio del se e come accettare l’altro;e nel cercare di rendere più tenue e meno ingombrante il peso di questa realtà,Mazzaurati compie un cauto sfrozo di esemplificazione che nella parte processuale,come in molti dei dialoghi,ha la sua parentesi più debole e sforzata.
La verità sommersa di in individuo svantaggiato agli occhi della società che alla stessa fa’ comodo indicare come colpevole(che sia lo straniero o lo sbruffone sottaniere:chiunque sia a sua modo il “diverso”) rischia di essere raccontata troppo tardi per riabilitarne la dignità,ma è ugualmente vero che il vero colpevole momentaneamente in libertà non trova ascolto al suo strazio e alla sua fatica di vivere:se non siamo pronti per a capire o ad accogliere l’uomo e la donna che si presentano soli e senza difese(e quindi più facilmente accusabili),lo siamo per ascoltare l’infelice troppo simile a noi e chi ci vive da sempre accanto?
In che modo e in che misura appassionandoci alla difesa di un uomo nascosto nella propria storia sconosciuta rischiamo di perdere l’occasione di impedire che il nostro “parente” più prossimo cada in un degrado invisibile?
Questo è il dubbio che Mazzacurati non cancella,soprattutto in tempi come questi in cui in cortocircuito della convivenza sostiene e rafforza la curiosità nei confronti di storie,tradizioni e abitudini diverse nell’assiduità degli incontri,e al tempo stesso inibisce la certezza dello scambio se viene mantenuto l’aspro orgoglio della provenienza e la prepotenza,e non la legittimità,dei diritti,lasciandoci tutti a sopportare e subire senza alternative  la coabitazione gomito a gomito decisa in altre stanze,irraggiungibili dalle vere cause umane,nelle quali nessuna delle nostri voci viene ammessa,in attesa di un colossale tradimento reciproco.

Sulla regia di Carlo Mazzacurati

La maturità della scrittura è encomiabile e la snellezza visiva con cui riporta il respiro del luogo viene avvalorata dall’omaggio dei tersi colori del grande Luca Bigazzi,meriti in parte infragiliti da una certa semplificazione ideologica.

Sull'interpretazione di Giovanni Capovilla

Un viso di incontaminata intelligenza con qualche impaccio comprensibile,più convincente nella prima parte in cui è tutto sommato sé stesso che non verso la fine in cui perde in credibilità.

Sull'interpretazione di Ahmed Haflene

Sull’interpretazione si può anche discutere,però il suo volto di oscuro cavaliere triste comunica la difficoltà di farsi capire e quanto sia  in fondo inutile esporre le proprie ragioni.

Sull'interpretazione di Valentina Lodovini

Finalmente un’attrice che diventa,che “è” corpo con un pensiero che lo anima:carnale con una dolcezza senza distrazioni e senza clamori,nobilmente serena nella sua attraente normalità e piena di quella immediatezza espressiva di cui molti interpreti di oggi sembrano avere il terrore.

Sull'interpretazione di Giuseppe Battiston

Il principe dei nostri caratteristi,qui sul filo del sopracuto consapevole che gli permette di avvicinare la macchietta per svelarne lo sconforto.

Sull'interpretazione di Fabrizio Bentivoglio

Partecipazione giocata sul senso di un’amicizia astuta e non priva di interessi che ce lo fa apprezzare grazie alle sue rapide intuizioni.


SI

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