Into the Wild - La recensione di FilmTv
Con Emile Hirsch, Marcia Gay Harden, William Hurt, Jena Malone, Catherine Keener, Vince Vaughn, Kristen Stewart, Hal Holbrook
La recensione di FilmTv
Un meraviglioso poema visivo che riconcilia con il cinema. Mai enfatico, indipendente nel pensiero
«È un mistero per me /abbiamo un’avidità/che abbiamo accettato/Pensi di dover volere/più di quello che ti serve/e che finché non l’avrai/non sarai libero. Società/sei una razza folle/spero non ti sentirai sola senza di me (…) Credo di dover trovare un posto piÙ grande/perché quando hai piÙ di quello che pensi/hai bisogno di più spazio». Per restituire lo spirito profondo del film, non ci sono parole migliori di quelle di Society, uno dei pezzi della colonna sonora scritta per Into the Wild da Eddie Vedder dei Pearl Jam. Il bestseller esistenziale Nelle terre estreme di Jon Krakauer (Corbaccio) racconta la vera storia di Christopher McCandless, neolaureato che nel 1990 si lasciò alle spalle beni materiali e convenzioni familiari. E partì, da Atlanta all’Alaska, alla ricerca della Verità, sulla suggestione, tra gli altri, del filosofo Henry David Thoreau. Il film di Penn come la voce di Vedder: duri come rocce scabre, graffiano la carne ma possono offrire riparo. Into the Wild è meraviglioso poema per immagini, riconcilia col piacere di un cinema tutto da guardare, ascoltare, introiettare. Guarda a temi e stilemi del libero cinema americano degli anni 70 – la comune hippy californiana, il percorso episodico alla Kerouac – cercando la verità nella via. Incurante del cronometro e del box office, Penn ha trovato nel protagonista Emile Hirsch, reincarnazione di River Phoenix, la figura cristologica che realizza perfettamente il suo neoumanesimo. Un momento ti esalta con l’euforia della libertà, l’adrenalina di una discesa tra le rapide, la ricchezza di un’esistenza francescana guadagnata a fatica. Poi fa a pezzi l’apologia dell’intellettuale non integrato, della solitudine fine a se stessa, e rivela l’inutilità pratica dei classici e e dei manuali di sopravvivenza davanti all’urgenza di saper conservare la carne di una preda. Non è opera sintetizzabile in poche righe: è altissima epica americana. Non omologato, mai enfatico, indipendente nel pensiero. Nasce da, e si porta dentro, tutta la malinconica, impellente contraddizione dei classici. Da vedere, subito.
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