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The Bourne Ultimatum. Il ritorno dello sciacallo - La recensione di FilmTv

[The Bourne Ultimatum, 2007, durata 112']   Regia di Paul Greengrass
Con Matt Damon, Paddy Considine, Edgar Ramirez, Julia Stiles, David Strathairn, Joan Allen



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La recensione di FilmTv

di Mauro Gervasini

Si chiude (?) la trilogia dell'Agente Jason, stolida macchina da guerra ispirata dall'istinto

Ancora braccato nonostante il tentativo di rendersi invisibile agli occhi del mondo, Jason Bourne torna a giocare a rimpiattino con gli "asset" della Cia, vale a dire i sicari mandati a stanarlo tra Londra, Madrid e il Maghreb dalla "struttura parallela" che si occupa dei lavori sporchi per il governo americano. Finale catastrofico a New York: un "long walk home" che non è detto sia definitivo, dato che i romanzi di Robert Ludlum dai quali sono tratti i film hanno ispirato un apocrifo, The Bourne Legacy. Nonostante una certa ripetitività, però, The Bourne Ultimatum conferma la riuscita della serie, scritta per lo schermo da Tony Gilroy, coprodotta da Doug Liman, regista anche del primo episodio Identity, diretta da Paul Greengrass (Supremacy e Ultimatum) e interpretata da Matt Damon. Il quale, ammettiamolo, è perfetto per il ruolo: chi decide di annullarsi totalmente per diventare una macchina da guerra non può non avere l'espressione stolida che a lui riesce benissimo. Ultimatum è adrenalina pura, si incastra perfettamente con il secondo episodio (nel senso che fino all'arrivo nella Grande Mela racconta le ore immediatamente successive alla "vendetta" di Bourne in Supremacy) e rivendica la supremazia del corpo (dell'uomo) sulla tecnologia e sull'ossessione del controllo. Un corpo "incosciente" che si affida alla propria memoria fisica e cellulare (Bourne fa cose che non sa di poter fare, è puro istinto), recuperando movimenti ancestrali e talenti che tutti potremmo avere e che invece disimpariamo o ignoriamo. La filosofia delle arti marziali messa in scena in un blockbuster: un piccolo evento. Al quale si aggiunge un cast favoloso (Scott Glenn ha tre scene, ma le riempie alla grande; Albert Finney si commenta da sé) e una regia molto interessante, benché troppo frenetica per il nostro imprinting siegeliano. D'altronde, però, il progetto di Paul Greengrass è chiaro e ambizioso: girare un film d'azione come fosse d'autore. Missione compiuta.


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