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Opinione di tinodeluca su P.S. I Love You





Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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08/03/2010 voto al film: voto sufficiente

Sul film

Gerry fa l’autista di limousine ed è un ragazzone irlandese con un fisico da urlo, nonché rocker a tempo perso. Holly, invece, è una dolce e problematica agente immobiliare.
Lui è scanzonato e affronta la vita senza fare piani. Lei, invece, è determinata e metodica. Lui vorrebbe un figlio. Lei, invece, vuole aspettare ad avere un figlio, fino a quando non potranno comprare una casa, risparmiando e mettendo i loro soldi in un conto al 6,25 per cento in un anno.
Ed hanno un grosso problema: sono sposati.
Lui la ama, punto.
Lei lo ama, però.
E, così, la loro vita va avanti tra litigi e continue riappacificazioni, tra un punto ed un però. Lei lo mette a dormire nella vasca da bagno e lui si chiede cosa abbia fatto. Lei lo guarda in cagnesco e lui pensa che, per certo, qualcosa l’avrà fatta. Ma cosa?
Perché il punto è che lui la ama ed il però è: cosa vuole veramente Holly?
Perché, si chiede Holly, deve essere lei quella responsabile che si preoccupa? Perché non può essere lei l’irlandese, affascinante, incosciente che canta sempre?
«Ma, tu vuoi avere un bambino?».
«E tu?».
«Si, io si».
«Visto?».
«Visto che?».
«So quello che vuoi dire veramente, anche quando non lo dici, Gerry».
E’ la storia delle due conversazioni. Quella che si fa e quella che Holly crede che si faccia.
Sembrerebbe la storia di una coppia ordinaria, che potrebbe avere i figli oppure no.
Perché – si chiede Gerry – quale altra storia vorrà Holly? Ma lei non lo sa. Gerry è stanco di cercare di indovinarlo. Lui, invece, sa cosa vuole, perché lo sta stringendo tra le sue mani: vuole lei.
Però, il destino è crudele. Gerry muore per un tumore e lei si chiude in casa ad elaborare il lutto. Ed è solo l’inizio del film.
 
Gerry è interpretato da Gerard Butler, l’ipersuscettibile Re Leonida di 300. Holly è Hilary Swank, la Million Dollar Baby di Clint Eastwood. Ma qui, smessi i panni da spartani e combattenti, senza graphic novel né dramma, i due sono soltanto un uomo ed una donna in una romantica commedia.
Però, ci chiediamo: può l’attore principale di un film, per di più del genere commedia, morire dopo appena dieci minuti?
Si, se lo si fa rientrare attraverso una storia straordinaria.
Ebbene, Gerry prima di morire ha progettato un piano che inizia con un nastro registrato, recapitato a Holly, il giorno del suo compleanno, assieme alla torta.
Da quel giorno, a carattere periodico Gerry recapiterà (o ha dato disposizioni di recapitare?) alcune lettere alla sua amata Holly, per aiutarla a superare il momento del distacco ed uscire fuori dalla crisi, nonostante tutte le lettere si concludano sempre con le parole: P.S. Ti amo.
 
Inizia l’avventura di Holly, vedova affranta, che segue i consigli del marito defunto: vestirsi da paura, uscire con le amiche, non uscire con la madre (Kathy Bates), cantare al karaoke in un locale, liberarsi dei vestiti dello stesso Gerry tranne la giacca di pelle, andare in Irlanda dove lui l’aveva conosciuta. Il tutto seguendo un piano dettagliato e preordinato, ordito dalla morte e controllato dall’amore che (ancora) lega Gerry alla sua dolce Holly, alla quale vuole talmente bene da volerla liberare – per sempre – dal peso ingombrante dei suoi ricordi, dei suoi vestiti, delle sue canzoni, del suo sorriso.
I risultati sono alterni e, se Holly riesce talvolta a ridere, più spesso piange e si isola, non accorgendosi che un nuovo amore bussa già alla porta della sua vita.
Un amico, che più o meno velatamente le fa il filo, le chiede:
«Cosa vogliono veramente le donne? Vogliono che le invitiamo, vogliono che non le invitiamo? Vogliono che facciamo il primo passo, che non facciamo il primo passo? Vogliono che stiamo sopra, vogliono stare sopra loro? Che usiamo il balsamo, che non usiamo il balsamo?».
Holly risponde:
«Te lo dico, ma è un sacro segreto: non abbiamo la minima idea di quello che vogliamo».
Quando Holly ride di due anziani coniugi, che sembrano usciti da una storia di dinosauri, lui – l’amico – dice che quel pensiero è frutto della paura d’invecchiare, di non rendersi conto di quale privilegio sia diventare vecchi con qualcuno che si ama.
Di contro, quando la madre tenta di scuoterla da quel gioco crudele dell’attesa delle lettere, lei risponde:
«Mio marito aveva solo trentacinque anni. Non sarebbe dovuto morire».
«Però è morto. E’ stato tremendo, ma è capitato. E la sua morte fa parte della tua vita ora e la devi affrontare».
«Io la sto affrontando!».
«Come? In attesa di una lettera del tuo defunto marito? Quando tuo padre se n’è andato, io avevo due figli da mantenere. E’ stato devastante, ma sono andata avanti».
«Non è la stessa cosa. Mio marito non se n’è andato. E’ morto».
«E’ vero. Mio marito voleva andarsene. E tu pensi che sia molto più facile se uno ti abbandona per scelta. Vero?».
Si tratta di un tema delicato, quello del vincolo che lega uomini e donne al sempiterno amore, ma che deve fare i conti con abbandoni volontari e unilaterali, ovvero forzati ed improvvisi.
Il tutto giocato su un registro che spazia nel territorio contrassegnato dagli steccati della vita e della morte, da un lato, e del sentimento e della volontà, dall’altra. Un territorio nel quale i protagonisti del film si muovono, come tutti noi, senza afferrarne bene i confini, senza comprenderne mai la reale larghezza e la profondità, con i loro caratteri, vizi, difetti, pregi e virtù. Ma mai percependone la reale sostanza, perché effettivamente non si può. Senza estrarne il vero succo, perché impegnati nella ricerca di qualcos’altro, di più effimero e superficiale, dimenticando che la volontà – più che il cuore – lega per sempre e la stessa volontà scioglie, nel caso dell’abbandono e della morte. Perché quella del cuore è la vela che si issa per seguire la rotta dell’innamoramento, mentre quella della ragione  è la vela che raccoglie e convoglia il vento dell’amore.


SI

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