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Blade Runner. The Final Cut - La recensione di FilmTv




La recensione di FilmTv

di Pier Maria Bocchi

Nelle sale di alcune grandi città, la versione (forse) definitiva del cult dei cult. Non è (ancora) tempo di morire

Ora, qui e oggi, non si sa piÙ cosa scrivere dire inventare su Blade Runner. Tutto è già stato scritto detto inventato mandato a memoria storicizzato teorizzato tramandato ereditato profetizzato. E visto. I vari cut che si sono avvicendati dalla data di uscita nelle sale sono soltanto strumenti di marketing, arroganti imperiosi mercantili ma seducenti allettanti irresistibili. Fino a qualche tempo fa, per buona parte degli studenti di cinema Blade Runner era l’inizio (della storia) del cinema; adesso il limite s’è spostato su Pulp Fiction; tra poco forse I pirati dei Caraibi diventerà la fonte primigenia di ogni cosa. Intanto, Blade Runner continua a vivere e pulsare della sua fama, del suo statuto vero di cult, dell’importanza semiotica e paratestuale che (forse suo malgrado) ha guadagnato con gli anni. E oltrepassa studenti ignoranti, fan accaniti ed esegeti grigi con una forza e un immaginario che restano letteralmente inauditi e abbacinanti ancora adesso: (ri)vederlo su grande schermo, in questa veste ripulita e rimasterizzata digitalmente che non si discosta molto dal director’s cut (tra l’altro, sono stati aggiunti gli istanti di violenza che non si vedevano dalla famigerata versione unrated che circolava nel sottobosco del collezionismo: l’eye-gouging “edipico” più sanguinoso, qualche balzo in più nella morte epilettica di Pris, maggiori dettagli del chiodo nella mano di Roy), fa un’impressione che non ci si aspetta, perché pensiamo ormai di essere abituati. Invece l’abitudine riesce a non scalfire di un grammo la vittoria di un prodotto che scalpita ancora per non soccombere di fronte al nuovo già avanzato. Non è (ancora) tempo di morire.


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