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Opinione di hallorann su Grande, grosso e... Verdone





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20/10/2009 voto al film: voto sufficiente

Sul film

In principio ci furono l’ingenuo Leo e il bullo Enzo in UN SACCO BELLO, poi in BIANCO ROSSO E VERDONE il “bambaccione” Mimmo e il pignolo Furio, gli sceneggiatori Benvenuti e De Bernardi diedero forma e spessore a queste storiche macchiette di origine cabarettistica viste decine di volte negli sketch televisivi proposti da Carlo Verdone tra il ’78 e l’82. Nel 1995 il comico romano con il campione d’incassi VIAGGI DI NOZZE aggiornò le tre maschere principali con le figure altrettanto riuscite e divertenti di Giovannino, Raniero e in particolare la coppia di cafoni Ivano e Jessica. Oggi, a grande richiesta, ce li ripropone modificati in GRANDE GROSSO E…VERDONE per l’ultima volta (ma chissà se è vero). Stavolta trattasi di tre piccoli film in uno, l’inizio non è dei migliori con la presentazione del boy-scout Leo, della moglie Tecla e dei figli, a tratti sembra scadere nel macchiettismo, ma per fortuna le vicende tragicomiche e sfigate della famiglia Nuvolone hanno un’impennata considerevole dando a questo primo segmento i connotati di un fumetto ben interpretato anche dalla macomerese Geppi Cucciari e dal boro romano Massimo Marino. Nel secondo episodio Verdone ha miscelato il logorroico Furio con il sadico e pedante Raniero ed è venuto fuori il professor Callisto Cagnato che vive in una casa-sepolcro buia e riempita dal suo ego smisurato e assillante, vedovo di tre mogli, il quale maltratta la vecchia domestica che concupì da giovane, il figlio timido e introverso subisce la sua invadenza e quando lo obbliga ad avere una ragazzetta renderà la vita impossibile ad entrambi. L’attore-autore firma probabilmente il migliore episodio soprattutto dal punto di vista registico, stringato e impietoso nel ritratto semiserio di un uomo distinto e colto di giorno, bieco puttaniere di notte. Nel terzo i coniugi Vecchiarutti, proprietari di una catena di negozi di telefonia con figlio adolescente in crisi comunicativa sono i soliti romani rozzi, arricchiti e caciaroni. Si concedono una vacanza a cinque stelle a Taormina creando scompiglio tra gli aristocratici clienti dell’albergo, Moreno ed Enza (una Claudia Gerini in gran forma) a un certo punto entrano in rotta e vorrebbero cornificarsi a vicenda, ma anche loro hanno un’anima e una dignità. Quest’ultimo episodio è troppo lungo e come nel secondo si ride a denti stretti, Verdone fotografa a modo suo una realtà priva di moralità, di cultura e nonostante assolva in un modo o nell’altro i personaggi descritti induce alla riflessione. GRANDE GROSSO E…VERDONE ci conferma ancora una volta, se il concetto non fosse chiaro, che solo lui è l’erede universale del grande Alberto Sordi, difetti compresi.


SI

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