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Kung Fu Panda - La recensione di FilmTv

[Kung Fu Panda, 2008, durata 92']   Regia di Mark Osborne, John Stevenson



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La recensione di FilmTv

di Giona A. Nazzaro

Ennesimo geniale cartoon che hollywood fabbrica riandando, questa volta, ai classici di arti marziali. un omaggio a Chang Cheh

Il film di Mark Osborne e John Stevenson è una rilettura puntuale della parabola dei classici di arti marziali prodotti su larga scala a partire dalla fine degli anni 60 dai fratelli Shaw e identificati sostanzialmente con la poetica di due registi complementari e diversissimi tra loro come Chang Cheh e Lau Kar-leung (Liu Chia-liang). In questi film l’ultimo tra gli ultimi riusciva o a vendicarsi (nel caso di Chang Cheh) o a riscattare se stesso (Lau Kar-leung) passando attraverso un durissimo apprendistato che ovviamente coincideva anche con una profonda metamorfosi esistenziale. In genere nelle saghe di Chang Cheh l’eroe non viveva abbastanza per essere celebrato come tale (solitamente finiva sbudellato sotto i colpi di centinaia di nemici). In quelli di Lau Kar-leung, molto meno cruenti e più rigorosi dal punto di vista spirituale e marziale, il film terminava quando per l’eroe inizia una nuova vita. Kung Fu Panda in questo senso è più vicino alla poetica di Lau che a quella del regista di Mantieni l’odio per la tua vendetta. Ciò che diverte e intriga, anche se lo schema è evidente sin dalle prime inquadrature, è l’inversione del processo della cartoonizzazione implicito nelle derive più recenti del cinema di arti marziali. Laddove da Matrix in giù si corteggia l’incorporeità digitale, Kung Fu Panda è come se tentasse di ipotizzare una digitalità fisica: tangibile. In questo modo è come se la fabula analogica, il processo di formazione, e la messinscena digitale si scrutassero con reciproco divertimento. Efficace l’idea di incarnare in animali come la tigre, la scimmia, la vipera e insetti come la mantide altrettanti stili di combattimento che negli anni 70 vivevano all’ombra di titoli evocativi come Snake in the Eagle’s Shadow o Mad Monkey Kung Fu esplicitando così il sostrato fantastico del genere. Senza contare che il prologo onirico bidimensionale non solo omaggia in una manciata di minuti tutto il cinema di Chang Cheh ma rimanda anche alle fantasmagorie marziali di Leinil Yu e Frank Miller.


Commenti

  • 1 settembre 2008, 16:05 di diomede917

    La forza e la bellezza di Kung fu panda (almeno nella versione originale) è dovuta al fatto che il cartone è ricalcato sulla fisicità e sulla comicità di Jack Black un pò come è stato fatto per il leone e la zebra di Madagascar. Purtroppo Fabio Volo doppiatore non ha lo stesso piglio di Ale e Franz e il suo pesante accento bresciano rende il nostro simpatico panda un pò troppo patatone. Il canovaccio di base non è malvagio e la rappresentazione grafica è di ottimo livello come si evince dalla fuga del malvagio dal carcere o dal duello tra le tigri sul ponte tibetano. Quello che impedisce il salto da un 7 ad un voto più alto è la mancanza di un personaggio di contorno di spicco sia il maestro che i guerrieri sembrano un pò ingessati, di sicuro nell'originale Jack Back e Dustin Hoffman si sono mangiati il film di certo la scelta dei doppiatori italiani è stata decisamente infelice

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  • 1 settembre 2008, 18:54 di fabpata

    peccato, fabio volo che parla bresciano cannibalizza il film e rende il panda disallineato con le immagini, e dire che il doppiatore del trailer era straordinario, perché non lasciano che i doppiatori facciano il loro mestiere sui cartoni lasciando qualche film in più in lingua originale?

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