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Opinione di howl su Lasciami entrare





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10/01/2009 voto al film: voto buono

Sul film

"Noi svedesi riusciamo a comunicare molto attraverso il silenzio" – sostiene Alfredson, arrivato a Roma per un incontro con la stampa al cinema Barberini, dopo aver partecipato negli ultimi mesi a svariati festival internazionali che hanno presentato ed acclamato la sua opera, tra cui recentemente il Torino Film Festival - "La condizione di buio in cui siamo costretti a vivere può diventare il nostro punto di forza e attrarre al contempo l’esterno. Mi sento di dire che più sei specifico e più sei universale. C’è sempre un forte interesse per linguaggi particolari". "Nonostante lo sfondo deprimente di una Svezia plumbea, le aspre condizioni sociali, il bullismo e la violenza sanguinaria, sento il film come una romantica storia d’amore con un finale positivo e pieno di speranza." "Trovo nel film – continua – le stesse dinamiche di sfondi scuri in contrasto con primi piani luminosi che sono presenti nei romanzi di Charles Dickens". Sembrano quasi le parole della Bigelow all'uscita del suo "Near Dark - Il buio si avvicina" (1987) o di Tony Scott alla presentazione di "The Hunger - Miriam si sveglia a mezzanotte"(1983), due cult del genere vampiresco, invece siamo nel 2009 in Svezia, ma il tempo, kome per gli immortali protagonisti, sembra essersi fermato. Ultimamente i paesi nordici vengono tirati in ballo di sovente quando si decide di affrontare una storia sui succhiasangue: era successo anche nello stanco 30 giorni di buio, nel quale i vampiri approdavano nella gelida Alaska provenienti dalle non certo più miti isole Svalbard. Eppure, paradossalmente, non è certo nella penisola scandinava o a ridosso del circolo polare artico che il mito dei vampiri si è diffuso in maniera capillare; se proprio dobbiamo trovare una patria a questa figura demoniaca ancestrale, probabilmente ci rifaremmo all'etimmé babilonese, o al rakshasa indiano. Da loro parte un lungo e intricato percorso antropologico, che attraversa l'intera storia dell'umanità senza distinzione di area geografica: dal pontianak al mrart, passando per vrykolaka, liderk nadaly, vurdalak, upyr, nosferat, wieszcz e via discorrendo, approdiamo finalmente ai vampir, e in seguito ai revenants di cui si occupò Augustin Calmet nei suoi studi, alla base di gran parte della letteratura vampiresca occidentale – che ha il suo zenit nel Dracula di Bram Stoker. Se la digressione può apparire inutile, bisogna dire a chi cerca esclusivamente informazioni sull'ultimo film del regista di Four Shades of Brown che si può tentare di contestualizzarla nella speranza di riuscire a essere esaustivi il più possibile: uno dei punti forti nella scrittura di Let the right one in - Lasciami entrare è la straordinaria capacità di John Ajvide Lindqvist – autore della sceneggiatura, ma anche e soprattutto del romanzo da cui il film è tratto - di condensare nel personaggio della piccola Eli credenze popolari distanti da un punto di vista culturale e spazio-temporale. Eli, vampiro-femmina come gran parte della tradizione vuole (la obayifo africana, la llorona messicana, le lamie greche e le strix romane, la langsuir malese), nipotina esangue di "Carmilla" di Sheridan Le Fanu, non può vivere alla luce del giorno, ha la capacità di arrampicarsi anche nei punti più impervi, è velocissima e dotata di un'agilità fuori dal comune, si nutre mordendo con i canini sul collo le sue vittime, si fa accompagnare da un umano che le fa da ghoul (sindrome di Renfield, cioè un quadro psicologico caratterizzato dal bisogno dell’assunzione orale di sangue; trae il suo nome da uno dei personaggi del Dracula di Bram Stoker, il quale non era affatto un vampiro, ma desiderava fortemente diventarlo e subiva una sorta di schiavitù, volontaria, masochistica nei confronti del vampiro stesso) e le procura il "cibo"; inolte non riesce a trattenere la propria sete alla vista del sangue, trae in inganno con il suo aspetto gli uomini ma non gli animali, e non può entrare in un luogo chiuso se non riceve il permesso dal padrone di casa. Ed è proprio da qui, dal refrain “posso entrare?”, che prende corpo una delle più struggenti e delicate storie d'amore che il cinema avvezzo alle dinamiche adolescenziali ci abbia regalato negli ultimi anni. Tomas Alfredson ha avuto il grande merito di riuscire a cogliere, in maniera sottile e mai forzata, il paradosso insito nella trama che si era impegnato a mettere in scena: sposare l'infanzia e la pubertà con passaggi temporali nella vita di ogni essere umano dominati dall'instabilità, dall'incertezza, dall'angoscia dell'evoluzione, il funereo contrappunto di una vita che fa dell'atemporalità l'elemento immediatamente riconoscibile (“non è vero che hai dodici anni!”, afferma Oskar a un certo punto, solo per sentirsi rispondere dall'amica “No, è vero; solo che li ho da molto tempo”). Il bambino biondo vessato dai compagni di classe e la ragazzina brunetta e dal pallore cadaverico sono uguali perché entrambi attraversano la propria età – qualunque essa sia – come esseri marginali di un mondo che li evita e li teme: sì, perché forse il piccolo Oskar è addirittura più pericoloso della bambina dai denti aguzzi, con quella sua rabbia nascosta nel profondo, celata agli occhi degli adulti che non riescono ad accorgersi dei suoi turbamenti. Oskar ucciderebbe, per riuscire a vendicarsi di tutti i soprusi subiti, e lo farebbe per mero gusto, motivazione assai meno “credibile” rispetto a chi, in fin dei conti, agisce solo per soddisfare la propria fame (Eli: "Uccido perchè devo.Non esiste un altro modo.Uccido perchè voglio vivere.Proprio come te"). L'opera svedese diventa dunque, minuto dopo minuto, un piccolo saggio sul romanzo di formazione, lacerato all'interno da una saettante parabola orrorifica che ne condensa il significato, metaforizzandolo: i brandelli di horror puro che si fanno strada all'interno di questa romanzata pellicola silente e spietata, ambientata in una Stoccolma ovattata e immobile sotto la coltre di neve che l'ha ricoperta, sono gemme di eccezionale potenza visionaria e intrise di una cultura fuori dall'ordinario, come ad esempio (non posso spoilerare, quindi consiglio a chi non ha visto il film di saltare le prossime righe fin al punto) gli sgozzamenti che prevedono l'uso dell'alotano,realmente utilizzato per verificare lo stato del dna dei suini, prima di procedere alla loro uccisione ("Strilla come un maiale! Strilla!, la prima battuta d Oskar, ripresa verso la fine da Eli, "le prime parole che ho sentito dire", per spiegare il significato) e l'assalto dei gatti alla donna vampirizzata, appartenente alle tradizioni consolidate, entrambi a dimostrazione di una cura e di una meticolosità, che è doveroso rimarcare, geniali dal punto di vista rappresentativo (basti pensare anche alla scena in cui, mentre Oskar è intento a provare la lama del suo coltello contro l'albero, si ode il rumore dell'apertura del portone d'ingresso del palazzo e dopo esattamente 5 secondi, volti a testimoniare la possibilità del vampiro di fluttuare a velocità impressionanti, appare Eli in piedi sulla struttura metallica del cortile, posta a notevole distanza dal palazzo). Nel film viene resa giustizia alla natura belluina del vampiro, retaggio di un'animalità che rappresenta l'altra metà del mostro; durante il suo corso questo aspetto viene portato alla luce con estrema lungimiranza, non per sottolineare le azioni predatorie di Eli – al contrario giocate da un punto di vista visivo sulla semplicità dell'inquadratura -, ma per esaltare il sentimento che la lega in maniera indissolubile a coloro che ama: la toccante e terrificante visita al suo servitore all'ospedale, ma soprattutto il pre-finale in piscina, di cui è meglio non anticipare nulla per non rovinare il gusto di una delle migliori scene horror mai portate sul grande schermo, ma nel quale si raccomanda caldamente di notare l'intelligente soluzione registica e il sapiente uso del fuori campo, preceduta dalla stupenda "Flash in the night" del gruppo svedese anni '80 Secret Service). L'immagine più forte resta comunque la dolorosa e quasi mortale dimostrazione di ciò che significa, per un vampiro, entrare in casa senza aver ricevuto il permesso: Eli la dona a Oskar per rendergli palese il suo totale e incondizionato amore, in una delle sequenze più dolci e romantiche che il cinema di genere abbia regalato. In un anno di grazia per il cinema europeo dedicato all'adolescenza (Stella, Lol), Lasciami entrare prende un archetipo narrativo e lo riplasma, senza mai snaturarlo, svilirlo o deriderlo...altro che Twilight & Co.!


SI

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