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The Hurt Locker - La recensione di FilmTv




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La recensione di FilmTv

di Raffaella Giancristofaro

Kathryn Bigelow sa come dare grandiosità alla violenza e grazie al super 16 raggiunge un tocco quasi documentaristico. Tensione potente in un film spiazzante, sia per il pubblico che per la critica

«La furia della battaglia provoca spesso una dipendenza letale […] La guerra è una droga». Parole che introducono un’“ordinaria” scena di terrore di strada a Baghdad. Tratto dai reportage iracheni del giornalista Marc Boal, The Hurt Locker apre con un’azione militare che pare uno sbarco lunare. Sul set giordano di Amman a ricreare l’Iraq, Thompson (Pearce), capo di una squadra di artificieri dell’esercito statunitense, cerca di disinnescare l’ennesimo ordigno. Tornerà a casa cadavere. Quel che resta di lui è in una scatoletta, tra le tante, in una stanza spoglia. Ai due membri della squadra, Sanborn (Anthony Mackie) e Eldridge (Brian Geraghty) si aggiunge allora il sergente maggiore James (Jeremy Renner, bravissimo): motivato alla follia e incurante delle procedure. La tensione è potente, nonostante l’andamento episodico dell’azione. Bigelow sa come dare grandiosità alla violenza, e grazie al super 16 raggiunge un tocco quasi documentaristico. Ci sono solo due star: una che muore subito e l’altra (Fiennes) spesa come un cameo. Non c’è una storia principale, non c’è uno sventolare di bandiere su cui commuoversi (vedi Nella valle di Elah, con soggetto sempre di Boal), né abbastanza teoria sul punto di vista (come in Redacted). Quindi è spiazzante, anche per la critica. Molto più facile liquidare con formule precotte («la regista testosteronica di Point Break») che sforzarsi di guardare (dentro) un film che si conficca nella realtà della guerra. Che è sporca – questo è dato per scontato – ma che qualcuno, con più o meno convinzione, deve fare. Bigelow, per restituirne la verità, assume proprio quel punto di vista. È un’idea, sono immagini, che danno fastidio a priori e inficiano il giudizio. The Hurt Locker invece gioca di continuo sulla sottilissima linea tra l’essere coraggiosi e drogati di adrenalina. E riporta tutto alla questione della scelta. Salvare vite, sparare, persino avere figli (attenzione alle differenze di genere, nelle scelte). E magari, a film visto, votare chi ritirerà le truppe. Altro che Rambo a Baghdad.


Commenti

  • 29 aprile 2010, 22:48 di Utente rimosso (Mauro Lanari)

    (Un grazie a Ory) La Bigelow riprende il tema a lei più caro dai tempi di “Point Break” (1991): la droga del vivere al massimo, uno o diecimila giorni che siano, piuttosto che trascinarsi nell'anonimato del sopravvivere spersi fra i cereali d'un supermarket con moglie e pargoletto estranei, stranieri, ostili e letali peggio di qualsiasi nemico sul campo di battaglia. La quieta esistenza civile non è meno belligerante d'uno scontro a fuoco, è solo più camuffata, falsa e ridicola. Se dunque “war addiction” ha da essere, conviene sapersi scegliere la guerra migliore. Insomma la didascalia dell'incipit, qualora interpretata in modo per l'appunto convenzionale, può travisare l'intera comprensione di “The Hurt Locker” riducendolo a ciò che non è: un'opera antimilitarista. Il personaggio recitato da Jeremy Renner è al di là del militarismo o meno, e come artificiere in perenne caccia di guai la sua presunta follia ha un metodo e soprattutto un senso. La sua prova d'attore annulla chiunque altro (Guy Pearce, David Morse e Ralph Fiennes): un “one man show” nella vita così come davvero dinanzi a ogni esplosivo da disinnescare, il quale non consente alcun effettivo gioco di squadra. In “Point Break” il rigetto della lenta agonia da ménage familiare veniva espresso in modo troppo ricercato, alla moda, con protagonisti di grido e sceneggiatura da cartoline esotiche, qui invece il messaggio viene contestualizzato in un ambiente e tramite un ritmo pressoché documentaristici, apparentemente banali e insignificanti nel loro svolgersi con un taglio minimalista, ordinario, mai sopra le righe per quanto teso, intenso e adrenalinico. Tuttavia la Bigelow incasina completamente il finale: Renner perde la capacità di stabilire relazioni umane pure coi bimbi “adottati” in Iraq e coi suoi commilitoni, giunti a disprezzarlo o a volerlo morto. Il rilancio per una missione d'un anno intero è dunque solo motivato da puro nichilismo. Al che, allora, si dissolve ogni differenza col nulla borghese che aveva già a disposizione restando a casa.

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