Martyrs - La recensione di FilmTv
Con Morjana Alaoui, Mylène Jampanoï, Catherine Bégin, Robert Toupin, Patricia Tulasne, Juliette Gosselin, Xavier Dolan-Tadros, Isabelle Chasse, Emilie Miskdjian, Mike Chute
La recensione di FilmTv
Un horror terrificante, ben realizzato, e che tuttavia pone più di un interrogativo morale. Per stomaci forti e cuori duri
Martyrs è il più sconvolgente horror del decennio. Basterebbe questo a renderlo imprescindibile per qualunque appassionato del genere. È molto ben realizzato da Pascal Laugier, ex redattore di “Mad Movies”, nonché regista del derivativo Saint Ange e prossimo realizzatore del remake di Hellraiser. E altrettanto ben fotografato da Richard Grandpierre, che quasi riproduce l’estetica levigata e inquietante impressa da Luciano Tovoli sulla pellicola di Tenebre di Dario Argento, al quale il film è dedicato. Racconta la storia di Lucie, una ragazzina segregata nel 1971 in una misteriosa camera della tortura, seviziata fino a quasi morire, poi libera per caso e finalmente in fuga. Ma da cosa? Quindici anni dopo la stessa ragazza fa irruzione nella bella casetta di una famigliola, nella provincia francese. Abbatte madre, padre e due figli a fucilate e telefona a un’altra giovane donna, Anna, chiedendole di raggiungere quel luogo di orrori. Parrebbe la fine del film, e invece è un (nuovo) inizio, altrettanto disturbante. Non siamo di primo pelo di fronte alle efferatezze di celluloide, eppure Martyrs colpisce durissimo anche gli stomaci più forti, e lo fa in modo particolarmente subdolo perché è sapiente da un punto di vista cinematografico, rifugge la meccanicità artificiale e “disinnescante” di Saw o l’ironia politica di Hostel. È solo “martirio”, come recita il titolo: sofferenza alla quale a un certo punto ci si abitua (forse proprio per questo il film rischia la pornografia), rappresentata come la sola cosa concreta in un mondo di apparenze e convenzioni sociali. Di più: una specie di condizione ontologica, inevitabile e senza catarsi alcuna. Questa e altre motivazioni (la classe “media” che cova l’orrore, discorso vecchiotto) sono però troppo pretestuose per poter assolvere Laugier. Che è regista intelligente e - sia ben chiaro - per nulla assuefatto o compiaciuto della carneficina messa in scena. Nel senso che si percepisce nettamente la problematicità di fondo, ma mancano tutti gli strumenti morali per giustificarla.
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