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Opinione di backstreet70 su La banda Baader Meinhof





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11/11/2008 voto al film: voto sufficiente

Sul film

Uli Edel aveva esoedito con due film decisamente non facili, ”Christiana F. – Noi i ragazzi dello zoo di Berlino” e “Ultima fermata Brooklyn”, se l’era cavata bene (con un po’ di mestiere), poi è naufragato nello sciagurato “Body of evidence – Il corpo del reato” con Madonna che era una prova decisamente negativa, a tratti addirittura imbarazzante, in seguito ha lavorato tra america e germania con risultati alterni fino ad arrivare a questo ultimo film prodotto da Bernd Eichinger che vanta un interessante curriculum: si passa da opere di registi di nicchia fino ad arrivare alla trilogia di Resident Evil. Insomma le premesse sono interessanti e fa piacere che i risultati lo siano altrettanto. Basato sulla vera storia della RAF (Rote Armee Fraktion) ma prendendo le coordinate dal libro di Stefan Aust (anche collaboratore alla pellicola come consulente), il film si prende alcune libertà ma senza alterare la versione dei fatti. Visto il tema che tratta il rischio era enorme, esaltare il terrorismo armato non era una scelta saggia (e nemmeno giusta) ma nello stesso tempo la necessità era quella di indagare sui motivi della sua nascita e crescita. Il film parte offrendoci le coordinate della Germania alla fine degli anni ’60, tra conflitti mondiali ed interni, da una parte la guerra in vietnam dall’altra la lotta fra gruppi di sinistra e le forze dell’ordine (che usavano metodi un poco nazisti) senza dimenticare singoli invasati, per poi passare alla vera “lotta armata” della RAF. La regia ed il montaggio, a tratti da action-movie, riescono a conferire al film un ritmo assai sostenuto senza però dimenticare di spiegare i fatti, i personaggi non vengono soffocati e le loro idee ben messe in mostra ma senza prendere la parte di nessuna di esse, quello che abbiamo non è un film codardo, tutt’altro, è un film che ha il coraggio di raccontare e di essere il più possibile onesto. La seconda parte del film, girata essenzialmente in carcere, sulla carta rischiava di cadere nel manierismo ma riesce invece sempre ad essere dinamica, il merito va anche agli attori tra cui spicca Moritz Bleibtreu che già avevamo apprezzato in altre pellicole (Lola corre, The experiment), una interpretazione tutta giocata sul filo del nervosismo. Insomma il cinema tedesco conferma di vivere un periodo interessante, si lascia dietro alcuni manierismi che tendevano ad imprigionarlo e si porta ad essere internazionale pur mantenendo la sua identità, basterebbe solo il secco e bellissimo finale a farcelo capire, poche inquadrature e un chiaro messaggio: la violenza genera solo violenza.


SI

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