Opinione di millertropico su The Decline of Western Civilization
Con Alice Bag Band, Alice Bag, Claude Bessey, Black Flag, Don Bolles, Exene Cervenka, Circle Jerks, Philo Cramer, Darby Crash, John Doe
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Sul film
"Uno dei più intelligenti ed eccitanti film musicali" titolava il New York Times la sua recensione a questa singolare pellicola (ne sarebebro seguite altre due) dove il violento impatto della musica si coniuga e si fonde con la documentata analisi dal vivo, di un modo di essere, di vivere, di reagire, all'inizio del declino (o se vogliamo della caduta in verticale) della cosiddetta "civiltà americana" (quello che rappresento - dichiarò a suo tempo la regista - è il modo in cui una grossa fetta della gioventù americana vive e soporavvive. Ecco: questa è la nostra gioventù). Devo ricordare inevitabilmente che il periodo di cui parla è quello relativo agli anni '80 visto che la pellicola non può essere assolutamente decontestualizzata. Autrice di questa soprendente documentazione storicizzata, è Penelope Spheeris, figlia di un impresario di Luna Park, diplomatasi alla prestigiosa scuola UCLA: (ero una cineasta normale - dirà ancora la regista - Mercedes alla porta, feste a Hollywood, denaro e successo in testa. Ho lasciato perdere, mi sono tagliata i capelli e mi sono tuffata), e il tuffo a cui si riferisce è quello da lei fatto "senza rete" dentro l'universo punk di quel periodo, la sottocultura che al di là dei facili ritratti coloriti, caratterizzerà davvero e per molti versi le generazioni americane del "vuoto" decennio degli '80. Con pochi soldi e molti anni di lavoro, boicottata dalle majors, la regista ha saputo infatti cogliere perfettamente lo spirito anarchico e desolato di una"civilization" alla deriva, espressa musicalmente dal rock duro dei gruppi punk dell'area che gravitava intorno a Los Angeles. Ed ecco allora che la musica "scorretta" e indisciplinata di Alice, dei Black Flag, dei Fear, dei Germs, condisce e vivifica il film del tipico sound punk di quegli anni senza futuro. e anche se la simpatia dell'autrice per il movimento è forse superiore allo sgomento che si prova per l'immagine realistica che ci viene invece offerta di queste orde giovanili "fotografate" nell'esercizio dei riti quasi tribali delle serate punk, caratterizzate dalla violenza gestuale dello "slam dancing", dai voli coreografici dal palcoscenico e dalla distruzione sistematica dell'aspetto "normale", è alla fine e in ogni caso compensata proprio dalle testimonianze dei protagonisti reali di questa beat generation "dello sputo e del rifiuto" (Giovanni Maria Rossi) , che arricchiscono invece il contesto con le loro autentiche provocazioni, il look bizzarro e sgradevole apparentemente spettacolare e le confessioni devastanti che ci fanno, di un senso di desolante e sconvolgente quanto assoluta e autentica verità.
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