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Gran Torino - La recensione di FilmTv




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La recensione di FilmTv

di Mauro Gervasini

Clint Eastwood e l’ideale di una civiltà che coincide con il Sogno americano più autentico e per questo utopistico. Un cineasta capace di elaborare il senso del tragico per tentare di fare (ri)nascere una Nazione

Non c’è nessun tram che si chiama desiderio per il signor Kowalski. Solitudine e rabbia, invece. La moglie adorata giace nella bara e i suoi occhi carichi di rancore squadrano i figli opportunisti e la nipote che mostra irrispettosa il piercing all’ombelico. Ha il cuore nero, Kowalski. Reduce decorato della Guerra di Corea, inchioda il pretino irlandese ai suoi cliché su vita & morte, perché chi ha ammazzato e visto gli amici schiattare nel sangue non se ne fa nulla delle chiacchiere. Nel suo quartiere, poi, solo musi gialli. Il ragazzino orientale vicino di casa tenta di rubargli la Gran Torino, macchina eccezionale accudita religiosamente, e allora scatta la sua furia. Ma il destino è beffardo soprattutto con chi vuole fingere a tutti i costi di essere cattivo, perché poi l’irascibile vecchio proprio con quel giovane e la sua famiglia riesce a instaurare un legame profondo. Stupefacente nuovo film di Clint Eastwood, reduce negli Stati Uniti da un successo inaspettato e snobbato dagli Academy Awards come il precedente Changeling, perché ormai tutti – giurati e maestranze – sono consapevoli che se il regista/attore gareggia non si può far finta di niente, premiando magari per correttezza politica i filmetti estemporanei spesso in gara. Ha ragione Roy Menarini quando sul numero 155 di “Segnocinema” lo paragona a Bob Dylan, Philip Roth e Cormac McCarthy, ultimi mitografi di una Nazione. Anzi, aggiungiamo noi, di una idea di Nazione. Perché quello di Clint è un ideale di civiltà che coincide con il Sogno Americano più autentico e per questo utopistico: la libertà, l’individualismo, l’opportunità, la democrazia come espressione di un patto sociale originario. Quello che permette agli uomini e alle donne di essere comunità. Come dite? John Ford? Ma certo! Ci voleva tanto? È proprio di questo che stiamo parlando: di un cinema che si fa racconto morale e civile attraverso gli strumenti sempiterni della classicità. Storia, personaggi, sentimenti, tutti spessi e inossidabili come l’acciaio temperato di una 44 magnum, morfologia di un’epica che ormai non appartiene più a nessuno, se non a lui: Clint. In Gran Torino il suo Kowalski è un completamento del Frankie Dunn di Million Dollar Baby. Entrambi simboleggiano la figura del padre perduto, così tipica della letteratura americana recente, ma anche la necessità di vivere questa condizione per potere quindi dare un senso alla propria esistenza. Dai “figli” - la giovane pugile interpretata da Hilary Swank e il ragazzino Hmong (una minoranza etnica sino-vietnamita) impersonato da Bee Vang nel nuovo film - l’asse si sposta dunque all’uomo che si fa carico della paternità putativa, e solo allora capisce la necessità di aprirsi alla vita e di conseguenza alla morte. Anche Gran Torino parla di responsabilità dei singoli nei confronti dell’altro, odiato nell’ignoranza e amato nella conoscenza, oltretutto con una ironia feroce e implacabile. Kowalski disprezza tutti come Callaghan (esattamente come Callaghan): negri, ebrei, messicani, cinesi... Ne farebbe un bel mucchio in nome di un principio identitario che si basa sul nulla. Su una astratta idea di razza e nazione (bianca? protestante? cattolica?), sulla rabbia e l’odio. Quindi fa ancora più sorridere che l’americano Kowalski chiami il suo amico barbiere “dago” (termine dispregiativo rivolto agli italiani), il suo amico carpentiere “irlandese”, e sia a sua volta indicato come “pollock”, dispregiativo di polacco. Incredibilmente stratificato, Gran Torino torna sul tormentato rapporto con Dio, già accennato in Million Dollar Baby; sulla contemplazione disperata di un tessuto politico e sociale devastato, come in Changeling; sulla necessità di lottare con i propri demoni per salvarsi l’anima, come in Gli spietati. Soprattutto, definisce una figura tragica straordinaria, Kowalski, titanico nella sconfitta e nella resurrezione. Clint Eastwood è il più grande di tutti per come sa elaborare il senso del tragico essenziale e necessario in ogni processo di mitopoiesi. È da racconti come questo che (ri)nasce una Nazione.


Commenti

  • 17 marzo 2009, 03:54 di kubritch

    Dopo aver letto la sua critica sono sempre più convinto delle mie idee. "E' da racconti come questo che (ri)nasce una nazione" Che esagerazione! Forse stava alludendo pudicamente a "Nascita di una nazione" di Griffith. E dunque quando parla di classicità intende quel cinema americano che parte da quelle origini e arriva fino a Ford. Non sono affatto d'accordo. Il paragone non regge. I due cineasti in questione sono stati dei grandissimi sperimentatori e innovatori della forma. Le creazioni di Ford erano calate in una dimensione mitologica, atemporale, tutt'altro che realistica. La ricerca della bellezza non era secondaria. Tutti i sentimenti erano spennellati a tinte forti. La sua critica è tutta orientata sul valore sociologico del film. Ma la realtà, come sappiamo, è irriproducibile al cinema. Inganna chi spaccia un film per ricostruzione aderente alla realtà. E chi inganna tutto fa fuorché salvarci. Se Clint è il modo migliore di raccontare l'umanità non mi meraviglia che poi uno come Lynch sia costretto ad elemosinare in giro per il mondo per mettere in cantiere le sue opere. Preferisco Fellini, Kubrick, Hitchcock, o Van Sant e Cronenberg tra i viventi, in quanto non mentono, sanno distinguere il cinema dalla realtà e non si imbattono in analisi politologiche. Di Clint ho apprezzato "Gli spietati" perché c'era qualcosa di cinematografico da dire. La prima volta che l'ho visto l'ho amato incondizionatamente, la seconda già un po’ meno e così via a causa dei moralismi di cui è infarcito. Ci fa troppo una manfrina. E' con la bellezza che si salva una nazione (nazione???!!!) e in Italia dovremmo saperne qualcosa più degli americani. Riflettendoci bene credo che sia più Griffittiano Gomorra. Ma poi, che significa cinema classico? I musicisti storcono il naso quando la musica viene definita classica. Non mi piace l'intruppamento dei critici. Le persone non devono essere orientate piuttosto portate le persone a ragionare con la propria testa, a riappropriarsi della coscienza. Il cinema non ha bisogno di parlare esplicitamente della realtà in termini socio-politici per acquisire dignità. C'è come in sottofondo un complesso d'inferiorità in questo. La ricerca del bello è l'attività umana più alta, quella che definisce l'umanità più di ogni altra cosa. Capisco che oggi siamo tanto sommersi dalle schifezze che poi una mente pensante come Clint Eastwood diventi un guru ma stiamo esagerando anche perché, ho già detto, il cinema (pseudo-realistico-narrativo) non può riprodurre la realtà così com'è. Un regista cosciente lo sa. Se voglio vedere la realtà, o quanto di più prossimo ad essa, mi vedo un grandioso documentario di Wiseman, dove parlano le immagini e il lavoro di composizione è ridotto all'osso. Se ti voglio dare una mia idea di realtà; se voglio metterti a conoscenza di una mia idea di umanità, allora faccio un film in cui ti avverto sempre per immagini: "Bada bene che questa è una mia visione. E' il mio sguardo sulle cose. Non è la verità assolutamente oggettiva." Il cinema non deve essere la fabbrica di modelli umani in cui identificarsi. Questo non è cinema è politica semmai. Non mi meraviglia che poi in america gli attori, le super-mega-stars - che non si accontentano più del divismo -, finiscano per andarsene di testa. Prendi Cruise, Gibson, la Jolie, Schwarzenegger. Strabordano dalla cornice dello schermo come nel celebre film di Allen e si gonfiano fino a sentirsi eroi della società.

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  • 3 aprile 2009, 10:50 di kubritch

    Sono fiero che la mia coscienza non si lasci omologare. La retorica dell'uomo di strada, duro è puro, maschio di un tempo, erede dei valori della terra, è roba da borghesi complessati. Siamo dalle parti della moda vintage, dei jeans strappati e consumati Dolce&Gabbana, per pochi privilegiati. E' un gioco di apparenze per di-mostrare quanto si è a contatto con l'umanità comune e per niente discriminatori. Fregnacce. Mi da fastidio che un artista popolare da grande schermo si costruisca un'immagine da uomo esemplare, come se stesse facendo una campagna politica. Non è questo il fine dell'arte, nè del cinema. Parlare di capolavori con Clint Eastwood equivale ad un'amnesia cinematografica. Un altro segno della fine in corso - visto che la decadenza è stata ampiamente superata.

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  • 4 aprile 2009, 13:38 di kubritch

    La retorica dell'uomo di strada, duro e puro...

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  • 7 aprile 2009, 22:57 di terital

    film noioso con un finale decente ,,,,,,,,,,,nulla di piu'

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  • 18 aprile 2009, 19:16 di kubritch

    Grazie, nektar, anche nel proprio minimo, occorre fare qualcosa per arginare il blob melmoso che ci sta travolgendo da ogni parte; sintomo della crisi morale e perciò materiale che stiamo attraversando. Certe critiche istituzionali che seguono gruppi di tendenze o correnti politiche di massa fanno di prodotti dignitosi, certamente un pò sopra lo standard da water-close, capolavori assoluti. Altrimenti come fanno a consigliare certi film usa e getta? Devono, per forza, alzare la media. Gli americani non fanno più buoni film da tanto tempo. Io penso da quando Kubrick ha abbandonato gli USA in favore dell'Inghilterra per poter fare i film che voleva, lontano da un'industria invadente e ricattatoria, da un pubblico puritano e grezzamente auto-referenziale, e forse anche da maestranze, costituite in lobby, che giudicavano le sue idee tanto personali da essere al limite dell'anarchia se non del comunismo. :-) Oggi dicono che i serials americani siano la vera avanguardia. Mi sa tanto di consigli per gli acquisti - accattatev o' decoder. Trovo che le opere di Hitchcock siano ancora un passo più avanti. La comicità è sempre più stupida, ridotta a siparietto di passaggio tra due scene o facile umorismo di puro intrattenimento per lavoratori alienati privo di critica sociale. I gusti della gente sono, programmaticamente, corrotti da decenni di spazzatura televisiva. Il cinema era più libero quando era terra di pionieri, oggi che i media sono stati destrutturati i politici, e la classe dirigente in genere, se ne sono appropriati. Anche gli horrors attuali, remake dei gloriosi b-movie, devono lanciare messaggi sociali. Perciò non mi piace chi usa il cinema per fare educazione civica o per promuovere le proprie idee politiche in modo demagogico. Occorrerebbe riprendere un discorso interrotto.

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  • 16 luglio 2009, 20:00 di skranz

    guarda kubritch senza offesa, ma leggendoti non si ha la sensazione di leggere un opinione ma proprio un testo critico di quelli che non lasciano la possibilità di pensarla diversamente, sembri esattamente come quelli che contesti, uno dei tanti che trasformano la loro verità nell'unica " verità" molte delle cose che hai detto possono anche essere condivise ( io personalmente trovo kubrick geniale) ma come si fa a non riconoscere le capacità registiche di clint eastwood , come si fa a non riconoscere che i suoi film emozionano perché toccano punti dolenti del nostro umano vivere? Non perché affronta temi attuali deve per forza essere classificato come un regista realista, non credi? I suoi film sono dei classici di quelli robusti, asciutti e senza fronzoli, senza troppi effetti mirabolanti ma completamente indirizzati a smuovere quel qualcosa che spesso nelle nostre società è assopito, è il cinema di un uomo che riflette e ci invita a fare altrettanto sulla nostra malattia " chiamata uomo" riscoprendo valori semplici ma dimenticati come l'amicizia, il rispetto reciproco, la solidarietà tra gli uomini.. Forse per clint fare film è un modo laico di confessarsi, e questo a me non disturba perché così facendo sta compiendo una notevole e sincera autocritica sul suo paese, sula società americana, a modo suo certo ma sempre in maniera intelligente ed interessante e stimolante. Questa naturalmente è la mia opinione Hai poi aggiunto che il cinema americano non ha più niente da offrire, mah! e dove li metti i Coen, jarmusch, wes anderson, p.t. anderson..., non saranno i peckinpah, gli altman però niente male, no?

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  • 24 agosto 2009, 11:47 di Nikito

    Anche io adoro Kubrick, a adoro anche Eastwood, Gli Spietati, ad esempio, per quante volte lo veda, non smetterà mai di piacermi come alla prima visione, o forse più. Esattamente come C'era Una Volta Il West (per rimanere in tema western). Non so nulla di"(ri)nascita di una nazione", so solo che il film in oggetto mi ha emozionato : fatto ridere, riflettere, sognare, pensare, (quasi) piangere, diciamo commosso. Un grande film che merita tutta la mia stima agli autori ed al regista. E dire che quella sera non avevo assolutamente voglia di vedere un film drammatico, ma mia moglie... Grazie Anna! Mi trovo molto in accordo con skranz. Grazie Clint per questo lavoro che mi ha arricchito interiormente. Ciao_ Roby

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