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Amore che vieni, amore che vai (2007)




I punteggi di FilmTV

Humor umorismo in Amore che vieni, amore che vai: minimo
Ritmo ritmo in Amore che vieni, amore che vai: minimo
Impegno impegno in Amore che vieni, amore che vai: minimo
Tensione tensione in Amore che vieni, amore che vai: assente
Erotismo erotismo in Amore che vieni, amore che vai: minimo

Il voto di FilmTV

FilmTV assegna il voto pessimo a Amore che vieni, amore che vai

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Gli utenti di FilmTV assegnano il voto pessimo a Amore che vieni, amore che vai (voti: 4 media: 1,50) 4

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La trama

A Genova, nel 1963, Tre uomini progettano un grosso colpo. Sono Bernard, un contrabbandiere di origine francese, il giovane Carlo, e Salvatore, un pastore sardo membro dell'anonima sequestri. Il colpo riesce, ma Salvatore con uno stratagemma dal prezzo molto alto raggira gli altri due e scappa con il malloppo e Veretta, una prostituta di cui si è innamorato. Il suo tradimento, il modo in cui l'ha compiuto e altri eventi occorsi in seguito gli renderanno però molto difficile godersi il denaro sottratto. 

Per essere tratto da un romanzo (quel Destino ridicolo scritto da Fabrizio De André e Alessandro Gennari), il secondo lungometraggio di Daniele Costantini (dopo Fatti della banda della Magliana) è una trasposizione che più libera non si può. L’attenzione verso gli ultimi riservata da De André si perde a causa di una recitazione forzata e surreale, che alla lunga risulta fastidiosa. Non convince, su tutte, quella del pappone Fausto Paravidino, tutto smorfiette e risatine, al centro di una sceneggiatura approssimativa, incongruente e didascalica.

La recensione di FilmTv

Di Cristina Borsatti - FilmTV n. 46/2008

L’atmosfera è quella di un teatro di posa, la piéce rappresentata resta in bilico tra burlesque e grottesco, rinunciando a qualsiasi forma di realismo. Per essere tratto da un romanzo (quel Destino ridicolo scritto da Fabrizio De André e Alessandro Gennari), il secondo lungometraggio di Daniele Costantini (dopo Fatti della banda della Magliana) è una trasposizione che più libera non si può. Dell’originale resta il filo conduttore e pochi personaggi, che si aggirano tra i carruggi di Genova e il suo porto. ESPANDI +

L'opinione più discussa

Di giancarlo visitilli scritta il 16/11/2008

Voto al film: voto mediocre

Non al denaro, non all’amore, né al cielo, tanto meno da De André sarebbe stata gradita quest’operazione, che a differenza dell’opera da cui è tratta, il romanzo “Un destino ridicolo”, di De André, in collaborazione dello psicanalista Alessandro Gennai, è di gran lunga inferiore. Anzi inutile. Perché, chi va a cinema per vedere il film di Costantini, ha l’idea di andare a vedere i reietti e gli inetti di cui ha raccontato, scritto e cantato il cantautore che manca in questo paese orfano della sua poesia. Niente di più fuorviante, rispetto a queste desiderata. Il titolo del film, furbamente tratto da una delle più belle canzoni scritte dal cantautore genovese, in realtà è l’epitaffio per un filmetto che racconta ciò che si vive e si svolge nel quartiere antico di Genova, tra il porto e i carruggi che si intrecciano uno nell’altro, dove vivono tre uomini. Carlo, un pappone per caso, Bernard un ex partigiano malavitoso, legato al clan dei Marsigliesi e Salvatore, un ex carcerato sardo, che si innamora di una bella prostituta. I tre devono mettere a segno il colpo che li sistemerà per la vita e invece qualcosa andrà storto. E poi Carlo si innamorerà di Maritza, una prostituta che gli ha fatto perdere la testa e la ragione. Qui, nonostante si tratti delle strade di via del Campo, non c’è nessuna che ha “gli occhi grandi color di foglia se di amarla ti vien la voglia basta prenderla per la mano”, non c’è nessuna salma in giro per le strade, anzi non è mai domenica, non vi passa nessuna Princesa. Insomma, il film non è né su De André, né parla di quello che De André ha vissuto nelle stesse location che Costantini utilizza nel suo film. Semmai, il regista si pone proprio agli antipodi della poetica deandreana, poiché tutto nel suo film è grottesco e fortemente estetizzante (la fotografia disturba allo stesso modo dell’ultimo film di Corsicato, Il seme della discordia). Per la bellezza di 101 lunghissimi e interminabili minuti, si assiste ad una storia in cui il pappone è caricaturale, alla maniera del primo Renato Rascel; anche le prostitute sono più raffinate della Bellucci nell’ammorbante pubblicità di Muccino, quella sulla lingerie che ricorda i bertolucciani tanghi parigini; i malviventi tutti addobbati con giacca e cravatta; finanche le comparse hanno tutta l’aria di chi, in modo strafottente, deve far di tutto per mostrare che ‘qui si sta recitando’. Chissà se ai tempi di De André, a soli pochi anni fa, c’erano i locali jazz in quelle strade, in cui si suona la musica ‘colta’ e le donne sono solo esclusivamente impellicciate, tanto che tutto, dai muri agli abitanti interni, sembra il Billionaire. Insomma, uno schiaffo ai letamai raccontati da De André. Il cast, da Fausto Paravidino a Tosca d’Aquino, son degni neanche della peggior fiction da tivù di stato. Menzione a parte, invece, gli sprecati Donatella Finocchiaro e Filippo Nigro. In linea d’intenti con il regista anche le musiche del film, del premio Oscar Nicola Piovani, che sembra fare sempre e soltanto delle variazioni sul tema del film che lo hanno reso famoso nel mondo. “Forse la vita è un gioco, ma sarebbe da stupidi farla diventare una tragedia”: è una frase del film che bene rende l’idea di questa brutta operazione del regista che aveva mostrato una certa bravura nel precedente film, La banda della Magliana. De André, comunque, avrebbe detto che sarebbe stato da stupidi fare diventare la tragedia umana un cartone animato. Della peggior specie. Vivamente consigliato: starsene in casa, in ascolto di un disco a caso del tristemente scomparso. Giancarlo Visitilli
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SI

Opinioni su Amore che vieni, amore che vai


13 settembre 2009 Opinione di LorCio su "Amore che vieni, amore che vai"
LorCio

Se volessimo intraprendere un discorso filologico, dovremmo perfino contestare il titolo del film. Se volessimo contestualizzarlo all’interno del discorso generale, ci accorgeremmo ben presto che Amore che vieni amore che vai c’azzecca poco con il filone della musica genovese del De André degli anni sessanta. Scritta sì in quel decennio e probabilmente a Genova, è una canzone dal significato talmente universale che trasversalmente solo può toccare il...

voto al film: LorCio assegna il voto mediocre a Amore che vieni, amore che vai (2007)


16 novembre 2008 Opinione di giancarlo visitilli su "Amore che vieni, amore che vai"
giancarlo visitilli

Non al denaro, non all’amore, né al cielo, tanto meno da De André sarebbe stata gradita quest’operazione, che a differenza dell’opera da cui è tratta, il romanzo “Un destino ridicolo”, di De André, in collaborazione dello psicanalista Alessandro Gennai, è di gran lunga inferiore. Anzi inutile. Perché, chi va a cinema per vedere il film di Costantini, ha l’idea di andare a vedere i reietti e gli inetti di cui ha raccontato, scritto e cantato il cantautore che manca in questo...

voto al film: giancarlo visitilli assegna il voto mediocre a Amore che vieni, amore che vai (2007)

1 commento


16 novembre 2008 Opinione di billykwan su "Amore che vieni, amore che vai"
billykwan

Fabrizio De Andrè ha cantato storie di emarginati e reietti, lo ha fatto con anarchica poesia e ha dipinto luoghi e genti di una Genova che in parte sopravvive tuttora. Insieme a Alessandro Gennari scrisse poi il romanzo "Un destino ridicolo", da cui è tratto il film in questione. Il libro narra delle vicende di tre uomini (Bernard, marsigliese passato dalla resistenza alla malavita; Carlo, pappone sognatore; Salvatore, un pastore sardo appena uscito di galera) i cui destini si intrecciano...

voto al film: billykwan assegna il voto pessimo a Amore che vieni, amore che vai (2007)



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