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Opinione di Spielbergman su Avatar





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2010-01-17 11:43:13 voto al film: voto ottimo

Sul film

Dico subito che qui non si vuole elogiare James Cameron “per forza”, esaltando “a prescindere” il film più atteso degli ultimi anni per far tendenza o per mettermi dietro alla massa. Non l’ho mai fatto, anche quando sembrava che così fosse, e di certo non lo farò adesso. Quindi, se dico che la data di uscita del film, 15 febbraio 2010, è un giorno storico per il cinema americano, lo faccio in buona fede, perché ci credo. L’idea di cinema che hanno molti è che ormai la sua essenza dipenda dalla potenza tecnologica di cui i produttori possono disporre e dallo stupore che può creare l’impatto visivo del “prodotto finito”. “Transformers” o “G.I. Joe”, esempi di esponenti di questo cinema, sono la cosa più lontana possibile dalla concezione di film, sono giocattoloni vuoti, contenitori di effetti speciali e grandi budget che si perdono in un bicchier d’acqua. Il mainstream hollywoodiano, che usa la suddetta tattica “tanti soldi uguale tanti soldi” si è fatto carico del voler a tutti i costi riportare in auge i fasti del cinema che questo modello ha inventato, ossia la gloriosa epoca degli anni ’70-’80, il cinema postmoderno di Spielberg e Lucas, ma anche di Cameron. Peccato che un “Transformers” potrà avere tutti gli effetti visivi che vuole, ma Michael Bay non potrà mai essere il Ridley Scott di “Blade RUnner”: per il soldo, Bay e tanti altri (e, intendiamoci, anche lo stesso Ridley Scott e lo stesso Spielberg), dimenticano che ciò che rendeva forti quei film non era solo l’effetto speciale, era il fatto che elevavano il classico film d’avventura hollywoodiano alle nuove frontiere della tecnologia. Insomma, prendere l’epica e l’ “ampio spirito” di “Sentieri Selvaggi”, l’azione, la mitizzazione degli eroi, la drammaticità della storia che creava “parabole morali”, ed elevarla agli schemi di un cinema più moderno, proiettato verso lo spazio, verso il futuro. Il cinema “post-moderno” è più cinema di sostanza di quel che si pensa, secondo me. Michael Bay e Roland Emmerich, Tony Scott e chiunque altro non possono competere con questo. Ecco perché quando una sera di gennaio torna a bussare alla porta James Cameron con un film che gli ha portato via dodici anni di lavorazione, questi signori si ritrovano con il sederino per terra, perché guardandolo sembra che i venticinque anni di differenza con “Aliens” e “Terminator”, che erano film immaginifici, complessi, proiettati avanti, scompaiono. Come Carpenter (che pure di passi falsi ne ha fatti…), anche Cameron è rimasto un regista severo e coerente con la sua visione di cinema e di storia. Con “Titanic” ci saranno pure dodici anni di distanza, ma lo spirito è immutato. Si sbaglia a vedere in “Avatar” un giocattolone o un semplice esperimento di effetti speciali; anzi, se la si pensa così si è ciechi di fronte alla vastità degli orizzonti di un’opera come questa. Ma dannazione, in “Avatar”, prodotto nel 2009, con questa nuova, stupenda tecnologia a servire la storia, c’è una continuità maestosa col cinema della “New Hollywood”. Di quel cinema ha i temi fondanti: la volontà di avvicinarsi al “diverso” attraverso l’esplorazione di mondi ignoti, come in “Incontri Ravvicinati”, la tendenza a mostrare l’orrore della guerra e non più il semplice eroismo (i film sul genocidio degli Indiani d’America, quindi cinema di denuncia), ma soprattutto l’ottima prassi del creare un intero mondo immaginifico avente regole coerenti da un punto di vista “fantarealismo”. Con tutto il rispetto, era da anni che non si vedeva più una tale profondità, da parte di un regista, nel tratteggiare la sua visione (e non vale tirare in ballo Peter Jackson e la trilogia de “Il Signore degli Anelli”: lì la visione era semmai di Tolkien, poi “trasportata” in contesto cinematografico, avente necessità di un’accurata concretizzazione visiva), una visione che di conseguenza inventa nuove specie viventi, crea nuovi sistemi di comunicazione, mostra nuovi modi di fare la guerra (e non mi sto riferendo solo ai robottoni dei terrestri stile “Matrix Revolution”, vogliamo parlare della “cavalleria dell’aria” di cui dispongono i “Navi’j”?), metaforizza i problemi e le tematiche contemporanee in un contesto immaginifico e, quindi, “altro” (frecciate in abbondanza all’amministrazione Bush e alla guerra in Iraq).  Ci si chiede, ora: ma quindi, gli effetti speciali? Tutta questa pubblicità? Questo “nuovo mondo”, “Nuova frontiera” della fantascienza? ‘ndo sta? Alcuni si domanderanno “ma allora, nessuna rivoluzione?”. No, il punto è quello. Il bello è qui. Tutta questa “rifondazione morale” del genere, questo rtitorno alle origini, questa rinnovata capacità di immaginare come Cameron faceva quando girava film con cinquanta centesimi di Euro, la si trova in un film che visivamente è veramente “su un altro pianeta”. Animazioni maestose, colori vividi, che catturano, invenzioni visive forse classiche, ma di sicuro impatto, scenografie da far impallidire “Star Trek” e “Star Wars” messi assieme. Avranno speso più nella produzione di “Avatar” che nella maggior parte dei blockbuster del decennio appena passato. Eppure io in “Avatar” ho visto una capacità di regia molto vecchio stampo. Cameron, in ogni scena, sa creare il giusto climax; arriva dove vuole: quando deve colpire l’immaginazione in modo da dare una nuova informazione sul mondo di Pandora, ci riesce. E lo stesso quando deve creare tensione: lo fa come faceva in “Terminator”, ossia facendoti affondare le mani nei braccioli della poltrona in ansia per le sorti dei protagonisti. Da il giusto ritmo, segue l’evolversi della storia tenendo a mente che sta raccontando una storia e non giocando col PC (nota bene: in “Avatar” non ci sono sparatorie gratuite!). Con tutto il rispetto, Peter Jackson e l’ultimo Spielberg non ci riescono quasi più. Concludendo, è geniale il fatto che tale ritorno ad un rigorismo narrativo profondo, con una scansione degli eventi che si prende “i suoi tempi”, una egregia caratterizzazione dei personaggi (alcuni più stereotipati perché “di fondo”, altri, i principali, largamente multidimensionali), si ha nel momento in cui la tecnologia al servizio dell’impatto visivo propriamente “hollywoodiano”, fagocita lo schermo e lo rende quasi un cartoon in 3d. Ne può emergere solo un dato: Cameron non solo fa film basati sugli effetti speciali, ma è un autore che ha ormai superato la meraviglia dell’effettistica e l’ha piegata completamente. Se proprio ad “Avatar” un difetto si deve trovare è nel finale un po’ troppo d’azione e negli schemi del mainstream rispetto ad una prima parte molto più particolare, astratta e affascinante, ma tutto sommato non è neanche una lacuna, quasi un tributo, ancora una volta, al post-moderno classico (per intenderci, il cinema alla “Star Wars”).


SI

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