Opinione di fixer su Il lungo addio
Con Elliott Gould, Nina van Pallandt, Sterling Hayden, Mark Rydell
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Sul film
Il personaggio Philip Marlowe è un fantasma che per decenni ha ossessionato registi e scrittori di cinema. Raymond Chandler, il suo inventore, è uno dei maggiori scrittori americani (e non solo di polizieschi). Quel che è certo, dopo aver letto qualche suo romanzo o racconto, l'idea che si aveva della letteratura poliziesca non può più essere la stessa. Il suo è uno stile irresistibile. E’ sobrio, curato e pieno di fine ironia. Il suo protagonista è più vicino al personaggio donchisciottesco che a un James Bond o a un Mike Hammer (da Mikey Spillane): non è un donnaiolo, non è uno dalla pistola facile, non ama menare le mani. Ha un grande rispetto per anziani e per le persone fragili e un grande disprezzo per i prepotenti. Il suo è un personaggio particolarmente adatto per essere adottato dal cinema. Chandler avrebbe voluto che a interpretarlo fosse Cary Grant, ma non fu ascoltato. Furono chiamati invece attori come Dick Powell, Humphrey Bogart, James Garner e quello che per me meglio lo rappresenta e cioè Robert Mitchum. Alcuni registi fecero risaltare l’aspetto classico noir, cupo e pessimista. Altri, i più, fecero prevalere l’aspetto più leggero. I soggetti originali furono rimaneggiati, alcuni molto, altri meno. Ma il regista che si è distinto maggiormente per essersi allontanato dai cliché soliti è senza dubbio Robert Altman. In questo regista è evidente l’intenzione di dissacrare le convenzioni, anche le più radicate nell’animo americano (come del resto fanno altri registi scomodi come Penn, Pollack ecc.). Distruggendo le convenzioni, Altman prova un gusto speciale nel pigliare a calci anche i “generi” cinematografici tradizionali hollywoodiani: western, poliziesco, commedia ecc.). Si indovina un gusto quasi fanciullesco nel demolire convenzionalismi, riti, abitudini e punti di riferimento ritenuti insostituibili. Si parte da un’idea, magari basata, come in questo caso, su un romanzo adattato poi al cinema (nella fattispecie da Leigh Brackett per Hawks), la si discute, la si riscrive, sentendo attori e sceneggiatori, a volte la si improvvisa e si parte poi affidandosi al talento del regista.
Il personaggio Marlowe, interpretato da Elliott Gould, è quanto di più bizzarro, sgangherato, non credibile si possa immaginare. Gould rappresenta il fanciullone bonario di tanti film, l’impossibilità di adattarsi al sistema (L’IMPOSSIBILITA’ DI ESSERE NORMALE), una visione prevalentemente ludica (CALIFORNIA POKER) della vita. Nulla lo potrebbe apparentare alle atmosfere minacciose e cupe del noir o del poliziesco tradizionale americano. Quella di Altman è una scommessa folle, ma geniale. Per avere come interprete Gould, occorreva riscrivere la sceneggiatura e soprattutto infarcirla di trovate che nulla hanno a che vedere con Chandler, ma che hanno il potere di combinarsi a meraviglia con il ”personaggio” Gould. In effetti, del Marlowe solito non c’è quasi nulla, se non una remota comunanza di ideali (amicizia, giustizia, solidarietà, pietas, gentilezza ecc.).Troviamo uno strano tipo che ci ricorda più “Drugo” Lebowski che Bogart. Compaiono ragazze hippies che passano il tempo a (s)ballare e fumare, guardiani che si divertono a imitare mostri sacri del cinema, ubriaconi pieni di fascino e di alcol, gangster di mezza tacca, cani che copulano, direttori di cliniche per cure di disintossicazione dall’alcol che prendono a sberle i clienti, interrogatori assurdi ecc. La storia, così com’è raccontata, pare più interessata a digressioni quasi sempre folkloristiche che al dipanarsi dell’indagine poliziesca. Questa non è che un filo esile che avanza, si ferma, rallenta, quasi sempre disturbato da elementi esterni alla trama principale. Gould è semplicemente strepitoso nella caratterizzazione di questo Marlowe. E Altman è semplicemente geniale nell’averci offerto una visione così personale, intrigante e irresistibilmente gradevole di un film apparentemente poliziesco. In effetti, più che un poliziesco, IL LUNGO ADDIO è una denuncia cruda e al tempo stesso smaliziata dei mali della società americana. Mali che ancor oggi la affliggono.
Altman insomma, nella sua personalissima interpretazione di un romanzo classico poliziesco, intende realizzare, proseguendo nella sua coerente filmografia, un affresco impietoso della società, utilizzando lo strumento anarchico della demolizione sistematica di tutti i tabù su cui si regge, nel segno della risata dissacratoria al servizio di un talento non comune.
Commenti
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14 dicembre 2011, 12:36 di ziacassie
rileggendo, credo di aver scritto in svizzero....
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14 dicembre 2011, 12:37 di ziacassie
perdonami riscrivo: come ho già scritto una volta,sono quasi sicura di aver letto tanti anni fa (sicuramente in qualcosa che possiedo ma che mi è praticamente impossibile reperire), che chandler avesse dichiarato che mitchum per lui poteva essere un grande marlowe. Mitchum per me, incarna perfettamente il personaggio, ma devo dire appunto che anche Gould a modo suo, ne è un interprete eccelso. Mi hanno detto i miei amici genovesi che non posso dire a te, proprio a te, quello che mi piace meno...
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14 dicembre 2011, 15:47 di fixer
Credo che ti stia confondendo con Grant. Possiedo un libro con le lettere di Chandler e in una fa riferimento a Grant e non ho mai letto niente circa Mitchum. Ma se esiste qualcosa, sarei ben lieto di sapere quello che scrive. Non ho capito l'ultima parte del tuo messaggio: qualcosa mi sfugge.
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21 dicembre 2011, 12:14 di ziacassie
devo ritrovare quello scritto. la seconda parte si riferisce al fatto che tu come avatar abbia uno degli interpreti di Marlowe: quello che proprio io non reggo!
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21 dicembre 2011, 16:22 di fixer
Ti riferisci a Bogart? L'ho scelto come nickname non per un motivo particolare. rappresenta però un periodo d'oro del cinema americano degli anni '40, quello che preferisco. Poteva benissimo essere un altro, ma Bogart ha qualcosa di assolutamente indefinibile che è anche il suo fascino.
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