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Giulia non esce la sera - La recensione di FilmTv




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La recensione di FilmTv

di Giona A. Nazzaro

Giuseppe Piccioni realizza forse il suo film più compiuto. Un’opera viva e imperfetta con un essenziale Valerio Mastandrea e un’umbratile Valeria Golino

Fortemente discontinuo, il cinema di Giuseppe Piccioni è la parabola di un minimalismo che da candido che era ha provato progressivamente a farsi carico di voci aliene al proprio respiro. Nella traiettoria che da Il grande Blek giunge a Luce dei miei occhi è possibile misurare le ambizioni (sbagliate?) di un cinema che ha provato a mantenere più di quanto avesse promesso. Tra minimalismo e vocazione generazionale (entrambi peccati poco originali del nostro cinema), Piccioni ha sempre chiesto la luna a un cinema condannato a nozze ma popolato da cuori al verde e occhi fuori dal mondo. Sorprende positivamente quindi la tenuta globale di Giulia non esce la sera, lavoro che riesce a recuperare dagli esordi del regista una leggerezza del tratto sorprendente in grado di porsi al servizio di un’ironia dolente eppure resistenziale. Guido è uno scrittore di successo ma in crisi: la moglie si sta trasferendo in un altro appartamento. Sua figlia non ne vuole più sapere di andare in piscina. Guido, che riesce a tenersi a galla ma nuota maluccio, decide di prendere lezioni di nuoto al posto della bambina. In piscina conosce Giulia, dalla cui fragile aggressività è subito attratto. In questa storia esemplarmente lineare ciò di cui non si sentiva la mancanza, ma che comunque non altera il ritmo del racconto, sono gli inserti onirici notturni con i personaggi di Guido che sbirciano il suo monitor in cerca di indizi riguardanti la loro vita futura. Peccati veniali di un piccolo film che finalmente conferisce le lettere di nobiltà a una certa idea di minimalismo italiano tipicamente anni 80 (a suo modo un genere sui generis) diventato troppo presto maniera. Coadiuvato da un essenziale Valerio Mastandrea e da un’umbratile Valeria Golino, Piccioni realizza forse il suo film più compiuto. Un’opera viva e imperfetta che convince per la tenerezza e la capacità non collaborazionista di osservare le microscopiche fratture del quotidiano che fatalmente ingoiano le immense tragedie che quasi mai riusciamo a vedere.


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