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Ricky - Una storia d'amore e libertà - La recensione di FilmTv




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La recensione di FilmTv

di Giona A. Nazzaro

François Ozon è un cineasta insolito se considerato secondo le tradizionali categorie della politica degli autori. Semmai lo si potrebbe definire un post-autore: un regista che pur realizzando cinema in prima persona coniuga le proprie ossessioni nell’alveo di uno spregiudicato eclettismo in grado di comunicare con le metamorfosi produttive del cinema francese attuale. Inviso per questo motivo ai fautori della tradizionale qualità transalpina, è adorato per le stesse ragioni da tutti gli altri. Presentato in concorso a Berlino 2009, Ricky inizia come un film dei Dardenne, prosegue come un Cronenberg d’annata (The Brood), si ricorda del miglior Jack Arnold (Radiazioni BX: distruzione uomo) e strada facendo evoca Miracolo a Milano (la possibilità dell’incrinarsi del reale) e il miracolo di La dolce vita (i paparazzi che vogliono vedere a tutti i costi...). Secondo il principio di indeterminazione di Todorov, la parabola dell’operaia che partorisce un angelo potrebbe essere anche lo spazio fantastico nel quale la piccola Lisa (Mélusine Mayance) elabora la sua nuova posizione rispetto alla madre e al suo amante. Un luogo di orrori e scoperte. Di mancanze e nostalgie. Paure e sogni. Desideri e futuro.


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