Visita <a href="http://www.liquida.it/" title="Notizie e opinioni dai blog italiani su Liquida">Liquida</a> e <a href="http://www.liquida.it/widget.liquida/" title="I widget di Liquida per il tuo blog">Widget</a>

Nemico pubblico. Public Enemies - La recensione di FilmTv




locandina di Nemico pubblico. Public Enemies

Acquista Nemico pubblico. Public Enemies

Scegli tra i formati disponibili

Nemico pubblico. Public Enemies non disponibile in DvdNemico pubblico. Public Enemies disponibile in Blu-RayNemico pubblico. Public Enemies non disponibile in Umd

La recensione di FilmTv

di Mauro Gervasini

America 1933: sterminateli senza pietà. I gangster di Chicago, guidati da John Dillinger, rapinano banche in tutto il Midwest. Il nuovo direttore dell’Fbi, Hoover, mette in atto metodi scientifici: intercettazioni, rilievi e tortura dei prigionieri. Al suo uomo migliore, Melvin Purvis, il compito di braccare il fuorilegge. La mafia di Frank Nitti, ex luogotenente di Capone, intanto fa il suo gioco. Attenzione al dialogo tra Hoover e il giudice che non gli concede i fondi, a inizio film. C’è una delle chiavi di lettura: lo zar del Bureau non ha esperienza sul campo ma saprà utilizzare i media per creare miti positivi (se stesso, i G-Men) e negativi (Dillinger), inventandosi in diretta le campagne di stampa e il concetto di popolo/pubblico/audience. Esattamente come in Vincere di Bellocchio per il giovane Duce, peraltro citato come modello anche dall’Fbi del film di Mann. Ma è solo una delle travi su cui poggia un film magnifico e potente. Un’altra sono i personaggi. Quelli che danno senso alla storia sono, come recita un principio manniano, in seconda fila. Nel nostro caso Winstead (interpretato dallo splendido Stephen Lang), fatto arrivare dal Texas proprio per sopperire alla mancanza di esperienza di Purvis e dei suoi “dude” da quattro soldi. Uno sceriffo western che capisce perfettamente Dillinger (per esempio, ci vuole un vaccaro come lui per intuire che il nostro mai andrà a vedere un film con Shirley Temple!) e forse, al pari di Thornton, starebbe più a suo agio con il Mucchio selvaggio, dove almeno le donne non sono massacrate di botte. A lui, nel devastante finale, il compito di sussurrare parole d’amore a Billie Frechette, diventando per un attimo colui che ha ucciso. Un film perfetto, con un cast perfetto, una messa in scena perfetta (Johnny Depp alla proiezione di Manhattan Melodrama sembra Anna Karina davanti a Giovanna D’Arco in Vivre sa vie di Godard), un direttore della fotografia (Dante Spinotti) che se non vince l’Oscar è uno scandalo peggio del Watergate; insomma, l’ennesimo capolavoro del miglior regista sulla faccia della Terra. Volete trovargli un difetto? E sia: James Russo muore troppo presto.


Commenti

  • 7 novembre 2009, 16:08 di milenaferrante

    mann non si discute anche per me, il migliore di cinque/sei di sempre. cinque stellette ancor prima di aver visto il film. torno anche dopo.

    cancella commento
  • 8 novembre 2009, 02:28 di Santo degli Assassini

    ahahahaaha se il direttore della fotografia di questo film vince l'oscar mi sparo per principio! se questo è un capolavoro il Padrino cos'è? un Super capolavoro? madonna le ultime sei righe della tua recensione sono patetiche, sembra un ragazzino delle medie che recensisce il film visto in classe. stendiamo un velo pietoso.

    cancella commento
  • 8 novembre 2009, 16:38 di Inside man

    Se scritta dal presidente di un fan-club è un'ottima recensione, se invece a scriverla è uno dei migliori e più stimati critici italiani (ed io concordo), lo è assai meno, e questo aldilà della riuscita dell'opera in sè. Tuttavia non butterei la croce addosso al buon Gervasini, in quanto è ben noto come perda la testa (e lucidità d'analisi) di fronte a qualsiasi pellicola di Mann (che beninteso è un grandissimo regista), ed è lui stesso il primo a saperlo (vedi l'autoironica e provocatoria ultima frase in cui darebbe già per morti Coppola, Scorsese, Lynch, Herzog, Godard, Malick, Almodovar, ed almeno un'altra dozzina di autori in giro per il mondo). A ciascuno le proprie debolezze...

    cancella commento
  • 9 novembre 2009, 11:45 di lolly75

    il termine capolavoro e' abusato...per chi mangia pane e cinema si sa che mann gira da dio ma il problema sta nella sceneggiatura debole e slegata...quindi gervasini prende un abbaglio ma impossibile muovere critiche alla direzione e ai collaboratori del fittante altrimenti si incazzano....

    cancella commento
  • 9 novembre 2009, 15:59 di almostblue13

    Ci ho pensato e ripensato! Ancora e ancora, ma proprio non ho trovato nulla che funzionasse. Ho cercato conforto in qualche critico, ma niente. Desolazione! Sembra piacere a tutti. Bravi gli attori, ma lo si sapeva, e con quello che hanno speso ci sarebbe mancato solo questo. Ma il gangster movie dov'è? Una scialba quanto inipotizzabile love story, e poi molti spari, cappelli(fortunatamente dai quali abbiamo potuto intuire il genere) e personaggi mai approfonditi. Mi è capitato raramente, almeno in film preceduti da determinate attese, veder utilizzare errori plateali (lo spettatore dovrebbe arrabbiarsi di più quando gli danno dello stupido!) addirittura per fare plot (Dilinger invisibile al team del BI poi FBI.). Ho letto critiche trionfalistiche ai limiti dell'adorazione, e mi chiedo: ma il capolavoro Mann quando mai lo ha sfornato? Di certo non in questo caso. Mina canterebbe: pallottole, pallottole, pallottole.

    cancella commento
  • 10 novembre 2009, 14:29 di maurri 63

    Capisco la frenesia del commento: di fronte ad un presunto "gangster movie", tutti i tifosi del genere "sbracano". Purtroppo, però, a me non solo non sembra un capolavoro ma mi conferma che: MANN è uno dei PEGGIORI registi di sempre. Se penso che in Collateral non ha saputo lavorare in termini estremi con il digitale, che non azzecca mai un finale (e perchè qui si?...Mah), che ha sempre un Supercast a disposizione e lo utilizza al minimo, che riesce a rendere monotona la recitazione di Cristian Bale, che non "dipinge" Depp ma lo lascia gigioneggiare, che non lavora mai stacco su stacco, che utilizza la musica per stimolare la commozione o la rabbia (vigliacco, verrebbe da dire), che non lavora mai in funzione della ripresa (perchè un dolly al cinema, quando tutti sono in sala e occore una camera fissa..?), che non sa far vedere una scena per intero ( e gli stunt?), che non fornisce una coerenza (mai, oserei dire) ai personaggi femminili, che a metà dell'opera è incerto se sfrondare il "mèlo" o calligrafare un noir, che lavora sul colore in post produzione ( e sarebbe questa la fotografia da oscar, senza una dominante prevalente?) ed infine che non sa scrivere (perchè un regista non è solo un mero direttore del traffico, ma LAVORA sulla sceneggiatura e questa è risibile, ancorchè non slegata e i passaggi forzosi -si veda lo stacco teemporale ad inizio film - quando non poco chiari....potrei continuare per ora. Dico solo: basta con 'sti blockbuster holliwoodiani!! Linch (ma non solo...) ha dimostrato che basta una semplice mdp in HD per fare un film: fatelo anche voi, Mann e compagnia bella. Dimostrate di saper scrivere, dirigere gli attori, utilizzare i piani sequenza, approfondire i personaggi: il sugo di pomodoro è il passato! Cmq, ti scuso, Gervasini. L'amore fa prendere molti abbagli!

    cancella commento
  • 10 novembre 2009, 19:07 di Santo degli Assassini

    seriamente cos'ha il commissario Montalbano da invidiargli? solo johnny depp forse

    cancella commento
  • 11 novembre 2009, 17:52 di michii

    Quello che non si capisce è come si faccia a non riconoscere -da subito- un capolavoro qual'è l'ultimo, immenso, Mann. Public enemies è un grande film. E' uno di quei film che tolgono il dubbio sul fatto che il cinema americano sia più o meno in crisi. Perchè di grandi film ce ne sono rimasti pochi in giro e Public enemies è uno di questi. Nemmeno Gran Torino di Eastwood gli si avvicina per grandezza (e si che è un ottimo film). E a ben guardare la vera fregatura di questo inizio 2009-2010 è l'ultimo polpettone (per altro sterilizzato e innocuo come non mai) di Tarantino, Inglorious basterds, vera americanata da quattro soldi, con personaggi-macchiette e un vuoto di senso abissale. Perchè l'unico regista che oggi davvero ricicla il cinema di ieri è Tarantino, Mann rivela una compattezza, uno stile, un nerbo solidissimi. Un cineasta sperimentale mascherato da cineasta classico.

    cancella commento
  • 13 novembre 2009, 15:03 di caracalla

    sono educatissima, il film mi ha deluso,è noioso e non racconta niente, o racconta male, anche la musica è invadente e noiosa; molto bella la fotografia carla

    cancella commento
  • 14 novembre 2009, 23:10 di troubles123

    Rimango basito leggendo questa recensione! Davvero non riesco a capire come si possa gridare al capolavoro per questo film. Adoro Mann, ogni suo film, da Manhunter all'ultimo, bellissimo, Miami Vice. E soprattutto sono sempre stato d'accordo con le recensioni di Mauro Gervasini. Ma questa volta proprio non riesco a capacitarmi di un film così brutto da parte di uno dei miei registi preferiti, e di una recensione così assurda da parte di Film Tv. La fotografia è da Oscar?? Direi piuttosto da fiction italiana. A tratti sembra girato con una sony handycam. Lo si nota soprattutto nei dettagli in primo piano: più digitali della Pixar. I personaggi poi...non che a Mann dispiaccia di calcare un po' la mano sul dramma personale, ma questa volta mi sembra proprio che abbia perso il controllo! E poi non ha una storia. Che cosa racconta questo film, alla fine? E' l'ennesima ricostruzione di un'epoca stravampirizzata dal cinema, molto al di sotto di altri esempi come Gli intoccabili, Il Padrino, e sì, perfino il modesto Era mio padre. Tutti i film di gangster che mi ricordi sono meglio di questo. Non c'è un senso, non c'è neanche esercizio di stile, non c'è la mano di un autore, non c'è Mann, per niente! E Johnny depp...ormai è talmente svogliato che riesce a recitare solo se fa un personaggio comico grottesco con trucco e parrucco ad hoc. E poi la musica, altisonante e roboante come non mai, con inserti di blues di oggi che non c'entrano proprio nulla. Delusione ENORME.

    cancella commento
  • 15 novembre 2009, 20:14 di marlene kuntz

    A QUELLI CHE NON PIACE IL FILM....SI MERITANO MICHAEL BAY!!!!!!OPPURE DAVID FINCHER....VEDETE VOI!!!!!

    cancella commento
  • 15 novembre 2009, 23:28 di alexxxia

    Concordo su tutta la linea con Gervasini: un film magnifico e potente. Un film di Michael Mann, che si conferma ancora una volta uno dei migliori registi viventi. Chapeau!

    cancella commento
  • 19 novembre 2009, 20:03 di okkio

    ESAGERATO!

    cancella commento
  • 28 novembre 2009, 13:36 di squaletti

    Ho trovato il fulm di Mann noioso, privo di emozioni. Emozioni che potevano scatturire da una dichiarazioni d'amore o da una sparatorie. Sarà forse l'uso del digitale, che detesto, che rende inguardabile parte del film.

    cancella commento
  • 1 dicembre 2009, 10:45 di Santi Nico

    Michael Mann è, forse, il cineasta più importante. Il più importante per il cinema contemporaneo. Perchè sta portando il mezzo cinema verso una deriva nuova, sempre diversa, sempre variabile, in continua evoluzione: sta attuando una vera e propria rivoluzione, iniziata ormai un pò di anni fa con "Collateral". Lì Mann ha tolto la tradizione "pellicola", e si è preso l'innovazione "digitale" sulle spalle, creando un film nuovo, e potente. Poi ha proseguito, trovando la forza di questo digitale e trasferendola nel piano visivo e non solo: di scrittura, e di idea con "Miami Vice". Dove sfalda il racconto convenzionale, e segue ciò che (s)fugge, cattura ciò che rimane, ruba con scaltrezza ciò che gli sta a cuore. Ora torna nelle sale con NEMICO PUBBLICO: qui la sua rivoluzione ha quasi trovato la svolta. Il digitale diventa ciò che rappresenta nel suo primario ruolo, e cioè dare la possibilità a tutti, cineasti e amatori, di fare video, di sperimentare la materia dell'immagine in movimento, di bloccare il flusso vitale in momenti, situazioni, occasioni. E Mann lo usa, qui, nella sua semplice funzionalità, con sopraffina intelligenza da autore vero, da Maestro. Rompe tutti i canoni classici del linguaggio cinematografico, distrugge ogni convenzionalità, disgrega la materia cinema a favore di uno stile sporco, sporchissimo anzi, assurdo nel suo essere troppo di basso livello formale: scavalcamenti di campo, camera a spalla in scrolloni insopportabili, profondità di campo inesistente, primi piani e inquadrature sgranate. Insomma, per chi non conosce Mann, è lecito bollarlo come un amatore, il suo un film dalle "riprese amatoriali". Ebbene si, è così: un'amatorialità voluta, e saggiamente ricercata, un video digitale da "youtube". Perchè al regista interessa gettare lo spettatore direttamente in mezzo alla realtà, mostrare un John Dillinger, personaggio mitico negli anni '30 americani con un video diretto, vero, quasi come se fossi io, o te che leggi, gli autori di quella ripresa. Il digitale qui diventa strumento di veicolo tra la realtà "mitica" del protagonista, e la nostra singola, annullando la distanza e portandoci affiatati accanto a lui, in mezzo alle scene d'azione, toccati in ogni primo piano, colpiti in ogni battuta di dialogo. Tutto supportato dalla magistrale perfomance di Johnny Depp, che dà al suo Dillinger umanità, spessore, dettagli che nemmeno il digitale di Mann poteva risaltare nei suoi esagerati primissimi piani. Ma Depp non è il solo: coaudiuvato da un cast di prim'ordine, tra i quali come non citare Christian Bale, perfetto, ma la migliore di tutti, anche di Depp, è Marion Cotillard, protagonista di scene di una drammaticità pesante, e nei panni di un personaggio che è la chiave stessa della personalità di Dillinger, e della filosofia dell'opera. Quel lasciare aperto il giudizio su un personaggio noto come uno dei più grandi criminali di sempre, quel mostrare crudeltà e sensibilità d'animo, quel mostrare prima la morte e poi la mancanza di vita, in quel finale struggente, forse l'unico sfogo di classicità che Mann ci regala: quella classicità delle emozioni, vere e intoccabili. La rivoluzione di Michael Mann ancora non è però attuata, è ancora personale, non coinvolge il resto del cinema e dei suoi lavoratori in larga scala. Ancora non è completa, non è profondamente consapevole e in toto motivata. Manca il guizzo, manca la piena consapevolezza, non tanto di quello che si vuole fare, perchè quello il cineasta americano lo sa bene e ce lo dimostra, ma di dove si vuole arrivare, con questa fuga, con questa deriva di linguaggio.Noi ancora non lo possiamo capire, ecco perchè per ora possiamo solo dire al volatile Mann impegnato nel suo volo in alto: "Bye bye Blackbird." Ed ammirare i suoi splendidi voli.

    cancella commento
  • 14 gennaio 2010, 18:35 di cottino

    Non posso davvero esser d'accordo con Mauro Gervasini. Sono andato in sala a gustarmi "Nemico pubblico" pieno di aspettative e non ho visto un brutto film. Ma assolutamente non un capolavoro! Altrimenti (quoto uno dei precedenti commenti) non saprei davvero come definire "Il padrino", "Scarface" di Hawks, "Gli intoccabili" oppure "Heat - La sfida", il vero capolavoro di Mann. In quest'ultimo i dialoghi tra De Niro/Neal e Amy Brenneman/Eady non sono mai teatrali al limite del banale come quelli che Depp intraprende con l'amata, i personaggi del film del 95 sono tutti caratterizzati con precisione, mentre qui l'unico vagamente presentato (oltre a Dillinger e Purvis) è Baby Face Nelson. Mi sono piaciute le sparatorie riprese con la solita maestria in digitale dal regista e le scene (nel cinema e nella centrale di polizia) in cui Dillinger è presentato come un gangster che la gente "non vede". Manca però molto nella sceneggiatura (l'opinione pubblica, ad esempio, è appena accennata). Tutto questo fa di "Nemico pubblico" un film che si può guardare, ma non ben riuscito. E di certo non un capolavoro. "Heat - La sfida", uno dei miei film preferiti, è davvero molto lontano.

    cancella commento
  • 5 marzo 2010, 14:05 di Utente rimosso (Mauro Lanari)

    Troppa grazia, altro recentissimo capolavoro. Se ne "La leggenda di Beowulf" (2007) Zemeckis era ricorso a una "computer graphics" giudicata pessima pur di trascendere la tragedia greca e approdare direttamente all'epopea omerica, ossia alla condizione umana vista da un ateo che s'inventa la proiezione su entità divine di forze destinali maligne tanto occulte quanto cosmiche, invece Mann sforna un risultato analogo senza particolari effetti speciali. Già in "Collateral" (2004) sembrava volersi rifare all'Abel Ferrara di "King of New York" (1990), e stavolta ottiene un esito equivalente: nessun manicheismo bensì tutti contro tutti come delle cavie in una gabbia con la pavimentazione elettrificata, "Carpe diem" ("Il futuro è qui ora") da disperati, una cappa nefasta che annichila ogni soggetto giungendo all'intercambiabilità totale degl'individui, dunque peggio del Friedkin che nel 1985, in "Vivere e morire a Los Angeles", uccideva uno dei due protagonisti rimpiazzandolo con l'altro. Decisivo l'apporto (Spinotti) d'una fotografia livida, grigiastra, omologante e deprimente dalla prima all'ultima immagine. Ma impagabile l'idea d'una sceneggiatura che procede solo per cliché e stereotipi, una trama risaputa da sempre, la Storia e le storie come inumano eterno ritorno, e ritorno del negativo. Il film supera le due ore, però, secondo le più aggiornate statistiche di popolazione, vicende del genere si protraggono in media fra i 76 e gli 82 anni. "Niente di memorabile" è stato commentato da tanti, troppi; viceversa è memorabile proprio un simile attestato d'obliabilità. Non c'è spazio o tempo per eroi, romanticismi, perdenti di classe a o b, fascinazioni populiste, riflessioni sociologiche e politologiche; l'intreccio travolge ogni sensato distinguo e approfondimento. Chi prova noia è solo per formazione reattiva allo tsunami di stordenti atrocità e impotenze ad libitum, a un malessere che il vitalismo ottuso sa benissimo come rimuovere e negare. La perfetta ambientazione anni '30 si dissolve in tale messaggio perenne.

    cancella commento
  • 11 gennaio 2012, 09:38 di chinaski

    Gervasini dice che una delle chiavi di lettura del film è quella in cui si vede Hoover che chiede i finanziamenti ad un giudice. Nell'ultimo film di Eastwood, J.Edgar, ci ritroviamo nella stessa aula di tribunale ed è interessante vedere, come i due registi, hanno mostrato la stessa scena. Differenze di stile, dunque. Mann in poche inquadrature, nervose e dense, racconta quello che Eastwood mostra in modo "classico", cioè con l'uso di campi e controcampi e inquadrature fisse. I due film, in alcuni momenti, sembrano complementari. Eppure la pellicola di Mann ha una potenza visiva che infuria contro la marmorea e funerea messinscena di Eastwood. Ed anche di questo film una delle chiavi di lettura è proprio quella di Hoover davanti al giudice. Scena attraverso la quale si inizia a svelare il lavoro di mistificazione svolto dal capo dell'FBI per creare nelle coscienze della società/pubblico americana un nuovo concetto di giustizia e crimine. Nel film di Mann i ruoli di gangster e poliziotti sono perfettamente intercambiabili ribadendo ancora una volta l'antica credenza seconda la quale sono le due facce di una stessa medaglia. Eppure Dillinger si trasforma nelle mani di Mann in una sorta di eroe, ribaltando completamente l'idea hooveriana di manipolazione programatica degli spettatori. Il crimine può essere condannato nella società reale, ma in quella immaginaria e fittizia dello schermo cinematografica ha una bellezza e una potenza senza paragoni.

    cancella commento

Lascia un commento

Per poter commentare occorre essere iscritti. Se non sei iscritto registrati, atrimenti fai login nel box in alto a destra



login

hai dimenticato la password?