Giovanni è un ragazzo che affronta un'enorme difficoltà: pur essendo biologicamente maschio, si sente in tutto e per tutto una donna. Per fortuna, ad aiutarlo, c'è un dono naturale coltivato con grande devozione: la musica.
La recensione di FilmTv
Di Cristina Borsatti - FilmTV n. 12/2009
In una Trieste rigida ammorbidita dalle musiche di Allevi, un’opera prima molto seducente. Con un grande Herlitzka
La diversità non è un reato, gridano le opere prime del cinema italiano. E mentre
Diverso da chi? affronta la tematica con leggerezza, dall’Abruzzo arriva un piccolo titolo sconvolgente e drammaticamente vero. A firmarlo è Valerio D’Annunzio, giovane attore e regista teatrale. Giovanni (un grandissimo Roberto Herlitzka) è un pianista ormai maturo, sposato con prole, annientato dalle regole di una normalità rassicurante.
ESPANDI +
Natura bivalente la sua, donna nel profondo, uomo nel corpo. Un corpo sbagliato, come le scelte che le convenzioni sociali lo costringono a fare, e con le quali prima o poi è impossibile non fare i conti. Arriva un po’ tardi Alessio, specchio di una possibile alternativa. La sua storia è appena abbozzata ed è un peccato. Ma al talentuoso D’Annunzio, questo e altri piccoli errori si possono perdonare. Sa già muovere con carattere i personaggi, impadronirsi del sogno e degli scarti temporali, caricare di emotività e poesia anche un soggetto così controverso. Lo supporta la rigida Trieste, ammorbidita dalle note di Giovanni Allevi. Il resto lo fa Herlitzka, sporcando persino le sue labbra di rossetto, e regalando emozioni che solo vecchi e bambini sanno suscitare.
L'opinione più votata
Di OGM scritta il 09/02/2012 - utile per 5 utenti
Voto al film: 
Una magistrale interpretazione di Roberto Herlitzka. Musiche originali di Giovanni Allevi. La massima “dietro ogni segreto c’è sempre una verità”, riportata sulla locandina. Tre frasi ad effetto per introdurre un film “piccolo ma grande”, che traduce la propria indipendenza in un’ingenuità carica di tensione. Un autoritratto timoroso eppure assetato di autenticità. Una voce che si confessa come in sogno, con l’intensità di un sussurro infuocato. Gli psichiatri la chiamano disforia di genere, ma in realtà è solo una specie di bugia, che può durare tutta la vita, e serve a coprire un inspiegabile paradosso. Giovanni, nella sua esistenza, ha conosciuto due sole certezze, inamovibili e profondamente sofferte: quella di voler essere un pianista, e quella di essere Anna. È nato da un padre che non capiva la sua arte, e in un corpo abitato da un’anima che gli appartiene. Per la scienza Giovanni è semplicemente malato, per la società, invece, è un mostro: o meglio, lo sarebbe, se gli altri sapessero. Se il suono della musica e il silenzio della parole non avessero, in tanti anni, fornito un riparo a quella terribile disarmonia. Che, per lui, è solo un desiderio costretto ad arrampicarsi sulle scale dell’immaginazione, restando avviluppato alle ombre inquiete di una proiezione visionaria. In questo film l’irraggiungibile diventa una fiamma, che accende il ricordo e trasfigura la realtà. Poco importa che i simboli utilizzati siano tanto convenzionali, come un reggiseno rubato da bambino alla vicina di casa, o uno smalto rosso passato, di nascosto, sulle unghie dei piedi. Tutto risulta immensamente vero e toccante, forse proprio perché è legato a doppio filo alla banalità: nessuna invenzione straordinaria interviene a sollevare la storia dal suo genuino squallore, dalla sua naturale mancanza di originalità. Anche la normalità può frasi fiamma e bruciare: sia quella dell’apparenza, sia quella del “vizio” individuale che ad essa si oppone. È dallo scontro tra le due che scocca la scintilla del pensiero allucinato, dell’incubo ad occhi aperti, che ravviva i ricordi rimossi ed attizza l’utopia di una diversità libera e sincera. La ribellione senile di Giovanni mescola la stanchezza della menzogna alla saggezza della resa: eppure non è meno ardente di una rivoluzione di gioventù, perché il nemico è sempre e ancora il mondo, con le sue miopi discriminazioni e il suo ottuso rifiuto di capire. Giovanni, svelando l’inganno congenito di cui è stato vittima, e in cui ha coinvolto i suoi familiari, vorrebbe togliersi di dosso un peso opprimente, ed espiare la propria disonestà; vorrebbe finalmente riempirsi i polmoni di quell’aria che è tanto doloroso respirare. Ma per sua moglie, sua figlia, suo genero, la sua colpa, imperdonabile, non è aver mantenuto il segreto: è non aver continuato a tacere. Il dramma di Giovanni è incomprensibile per chi non lo abbia vissuto in prima persona: però il tocco delicatamente implacabile di Valerio D’Annunzio riesce a convincerci che questo terrificante assurdo sia possibile: davvero la carne può essere solo un fantoccio, un involucro fasullo applicato su un essere di cui non riflette minimamente le sembianze. Si può (e si deve) credere anche a ciò che non si vede, e che, come il contenuto di una fede, ci parla solo in via indiretta, con il segno esteriore di un viso truccato ed un vestito da donna, e l’icona immateriale di una presenza femminile che non è percepita con i sensi, però è devotamente venerata nel cuore.