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Uomini che odiano le donne - La recensione di FilmTv




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La recensione di FilmTv

di Raffaella Giancristofaro

Prima trasposizione da Stieg Larsson e la sua celeberrima trilogia. Un diligente, ma piatto, film di genere supportato dal fascino algido delle atmosfere scandinave

Henrik Vanger, anziano membro di una ricca famiglia d’industriali svedesi, è alla ricerca della nipote Harriet, scomparsa nel ’66, lui crede perché minacciata da qualche familiare. Assolda prima il giornalista d’inchiesta Mikael Blomkvist, fresco reduce di un clamoroso processo, poi Lisbeth Salander, hacker al servizio di una società d’investigazioni private, nonché post punk seguita dai servizi sociali. I due si completano, e a partire da una foto (con un corredo informatico da far impallidire la Cia) scavano tra collusioni col nazismo, invidie fisiologiche, tare genetiche, ossessioni bibliche e patrimoniali. Nei 150 minuti di questo crime movie nordico (che comprime oltre 500 pagine) non può che succedere di tutto, e si finisce per dimenticare i caratteri. Al centro sta Lisbeth, che – lesbica per forza, etero per amore (e già qui si rischia “l’effetto Povia”), esempio da manuale di aggressività dovuta a violenze subite – stuzzica un po’ tutte le platee. Si potrebbe infatti re-intitolare il film Che cosa avete fatto a Lisbeth? (o a Harriet, e a tante altre vittime di un sadismo maschile atavico). Alla giovane non viene risparmiata nessuna ferocia. Quindi neanche a noi: la scena di stupro è tra le meno allusive e più reazionarie di sempre (mentre la sequenza erotica è davvero risibile per tempismo e fisica). Rispetto a Lisbeth, Mikael (Michael Nyqvist) pare eccessivamente passivo, a tratti quasi impagliato. Non avendo letto i libri, lasciamo ai competenti della Trilogia il confronto tra pagina e schermo; rilevando con interesse che il film è pervaso dal messaggio più autenticamente comunista intercettato di recente: l’origine del crimine sta nella sete di corpi di un capitalismo killer. Da noi però il doppiaggio da spot promozionale mortifica tutto, lasciando l’impressione di un diligente ma piatto, talvolta prosaico, film di genere; il puzzle è svelato con abilità, la lunga durata non compromette il piacere voyeuristico della detection, ma i dialoghi sono banali, tautologici. Un successo annunciato, il cui unico plusvalore forse è quello del fascino algido d’atmosfere e fisionomie scandinave.


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