Opinione di anacleto88 su Il nastro bianco
Con Susanne Lothar, Ulrich Tukur, Burghart Klaußner, Josef Bierbichler, Marisa Growaldt, Janina Fautz, Michael Kranz, Jadea Mercedes Diaz, Steffi Kühnert, Sebastian Hülk
- negative [3]
- sufficienti [7]
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significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film
Sul film
Esiste un cinema che si riconosce al primo accenno di pensiero, alla prima sfumatura d'immagine. Appese allo schermo, in quella sala buia, le dinamiche psico-emotive prendono forma lasciando il corpo in attesa.
Esistono poi gli Autori, i veri interpreti di questo cinema tanto rincorso. Sfoggiano consapevolezza, diffondono sapere ed emozioni, intimidiscono. Da Chaplin a Godard passando per Bergman e Fellini: li si ascolta, distillando i loro pensieri in ampolle di cristallo. La lista di nomi è folta ma non infinita. I pretendenti si accodano, in attesa che qualcuno peschi il loro numero. Tra questi Micheal Haneke, regista austriaco già da diversi anni ospite della scena mondiale, sembra ormai entrato di diritto tra le fila di quei preziosissimi cinema d'essai, oggi tanto sofferenti. Il suo è un cinema che "macchia" il vestito della domenica, un cinema che parla in termini di violenza ed indagine introspettiva. Figlio di una grammatica stilistica del tutto personale, "Il nastro bianco" conferma l'audacia dell'autore annoverandosi tra le gemme della sua, tutto sommato, recente carriera.
La vicenda, ambientata in un paesino tedesco del 1913, racconta di una società e delle inspiegabili brutalità che la sconvolgono.
Poche parole, dunque, bastano a raccontare il film in termini teorici, parole che non restituiscono, però, la sua dimensione prettamente spettacolare. Immersa in un bianco e nero rigorosissimo, infatti, la messa in scena ipnotizza lo spettatore costringendolo a respiri brevi e spesso inconclusi, così come forse capitò ai tempi di Dreyer e del suo "Ordet". Le somiglianze tra i due film si incentrano sulla rigida quanto estasiante fotografia in bianco e nero ed sulla presenza, insistita e quasi surreale, della religione come termine assoluto a cui rapportarsi. All'interno della dimensione lirica offertaci dal regista danese, Haneke trova la via per raccontare quanto la facciata spesso nasconda violenza ed ipocrisia. L'educazione si denota ben presto come l'arma in più che fa del padre il dittatore più temuto così come la religione diventa fin da subito sinonimo di espiazione.
"Il nastro bianco", legato al braccio dei più piccoli in segno di purezza, potrebbe tranquillamente stringersi attorno al cuore di quei genitori che vedono la violenza legittimata dal proprio ruolo. E' interessante notare come, tra i personaggi raccontati dal regista austriaco, i più colti siano anche i più crudeli. Sono medico e prete a guidare la "fortunata" classifica dei cattivissimi come se, davvero, il ruolo sociale fosse in diretto contatto con il diritto di pretendere. A chiudere il cerchio dei presenti i giovanissimi che, sebbene "purificati" dal nastro bianco, ricordono a tutti che menzogna e falsità non si dicono suscettibili di sesso ed età. Le donne infine, apparentemente caste e pie, simboleggiano la verità taciuta, la parola costretta, il silenzio. Delineato, così, il microambiente nel quale la colpa appartiene a tutti e a nessuno, un villaggio dal quale lo spettatore si sente ben presto "osservato". Il finale aperto, a tal proposito, sospende il giudizio di verità dimostrando come chiunque, di fronte a Dio, sia egualmente colpevole per difetto di umanità.
La telecamera, così, passeggia curiosa tra le dinamiche sociali che si instaurano tra citati sondando, con i suoi movimenti lenti ed insistiti, il fragile equilibrio che sostiene il confine tra detto e saputo, nascosto ed esibito. La voce narrante, fuoricampo, incornicia l'intero film come fosse una favola da lietofine dimostrandone, invece, il risvolto reale e crudele.
Haneke avvolge la sua ultima opera del filo rosso matrice delle ossessioni, paure e convinzioni che da sempre lo accompagnano. La violenza formale de "Il nastro bianco" trova infatti responso nella violenza fisica di "Funny Games" e in quella psicologica di "Niente da nascondere" nonchè dell'opera vincitrice alla Biennale di Venezia 2001 "La pianista". Allo stesso modo ritornano i temi della paura e del "nemico" che insidia il domestico, un nemico "fuoricampo" che manifesta la propria presenza attraverso semplici ma concrete brutalità.
Il mondo, sembra volerci dire l'autore austriaco, coccola e spaventa perchè inspiegato, inspiegabile.
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