Il nastro bianco - La recensione di FilmTv
Con Susanne Lothar, Ulrich Tukur, Burghart Klaußner, Josef Bierbichler, Marisa Growaldt, Janina Fautz, Michael Kranz, Jadea Mercedes Diaz, Steffi Kühnert, Sebastian Hülk
La recensione di FilmTv
Germania del Nord, quasi alla vigilia della Prima guerra mondiale. Strani eventi sconvolgono una comunità apparentemente tranquilla. Un cavo invisibile tra gli alberi provoca la rovinosa caduta del medico condotto. Il figlio del barone viene picchiato a sangue da ignoti. Un neonato rischia di morire congelato. Un ragazzino down è torturato fino a diventare cieco. Chi sono i responsabili? Qualcuno cerca risposte, altri si sforzano di restaurare il silenzio dei timorati di Dio. La macchina da presa si inchioda davanti a una porta bianca, chiusa. Dietro, il severo pastore protestante prende a nerbate il figlio, dopo avere imposto alla figlia il nastro bianco tra i capelli, simbolo di innocenza da difendere dalle tentazioni. I detrattori di Michael Haneke diranno che è il suo solito metodo ricattatorio, far sentire in colpa lo spettatore per il desiderio/istinto di sbirciare dal buco della serratura la violenza che si compie. Con più lucidità, invece, si apprezza la poetica del fuori campo del cineasta, che nega qualunque voyeurismo per indagare cause e conseguenze dell’umanissimo (e hobbesiano) tempo dei lupi. Del resto, il film comincia con una assolvenza e termina con una dissolvenza: prima e dopo, solo il nero. Il narratore esplicito è l’insegnante del villaggio, l’unico a capire; ma la sua voce over è vecchia, ormai senza speranza. Le tre figure centrali – il medico, il barone, il pastore – impongono regole antiche e disumane, che contemplano la violenza reale e psicologica sulle donne e la sopraffazione. In quel contesto cresceranno i fiori del male. Il nastro bianco (Palma d’oro a Cannes 2009) è un film affascinante, implacabile, complesso. Bisognerebbe rileggere i saggi di Max Weber sul protestantesimo per avere un’idea ben chiara delle implicazioni religiose e culturali in atto. Anche così, comunque, un esempio di anti-narrazione squisitamente cinematografica: nessuna musica di fondo, bianco e nero che esaspera i “positivi” e i “negativi” (si veda la grandiosa scena dei bambini svegliati dal fuoco), finale sospeso e angosciante. Tra Murnau e Bergman, c’è Haneke.
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