Opinione di Utente rimosso (Marcello Del Cam su Il profeta
Con Tahar Rahim, Niels Arestrup, Adel Bencherif, Hichem Yacoubi, Reda Kateb, Jean-Philippe Ricci, Gilles Cohen, Antoine Basler, Leïla Bekhti, Pierre Leccia, Foued Nassah, Jean-Emmanuel Pagni, Rabah Loucif
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Sul film
È’ del poeta il fin la meraviglia. Che Jacques Audiard abbia superato le prime due prove (Sulle mie labbra e Tutti i battiti del mio cuore), film sommessi quanto espressivamente ragguardevoli, come sembra a molti che su questo blog e in altri, dove si gareggia a portare sugli scudi il ‘capolavoro del decennio francese’, a me non pare. Che Un Prophete sia uno dei migliori film usciti da Cannes 2009, è vero solo per chi ha eliso in breve tempo il ricordo di Bastardi senza gloria e per chi non ha visto (la critica è cieca e si lascia accecare) Mother di Bong Joon ho.
In breve, senza dare lezioni di regia, tirando in ballo competenze che non mi appartengono, ma utilizzando occhi e memoria, mi pare di poter affermare che Un Prophete è un buon film carcerario, il migliore, sans doute, dopo l’inarrivabile Il buco di Becker, inferiore ai lasciti ‘classici’ che qualche smemorato spettatore e critico teme di evocare, pena istituire paralleli svantaggiosi per il regista in odore di santificazione.
Qualcuno scrive che Un Prophete non è ‘solo un film carcerario’: è vero, ma Io sono un evaso, Il Buco, Nick mano fredda sono forse soltanto ‘film carcerari’?
Altri dice che Un Prophete è anche ‘una metafora della società’: è vero, ma è una considerazione di una banalità sconcertante, ogni opera (d’arte o non-arte) essendo metafora, allegoria, rispecchiamento, riflesso e tutto quello che anni di estetica hanno insegnato.
Non è stato Il buco (punto d’osservazione liminare ma definitivo) un saggio sulla struttura concentrazionaria, analisi precisa, tagliente come un diamante, sulla potestà (in senso foucaultiano) del dominio di ‘sorvegliare e punire’, un’analisi, la più lukacsianamente intesa delle classi e dei conflitti di classe (con il buon borghese, spia e servo all’interno e all’esterno dell’universo-panoptycon)?
Parlo di film senza speranza, senza redenzione: infine, l’eroe resta in cattività, viene torturato, ucciso; carne da macello, come ci insegnano anche le cronache italiane, se, distraendoci dalle illusioni audiardiane, ficchiamo il naso sul destino di Stefano Cucchi.
Non resta che difendere l’ottimo Audiard dai suoi stessi dimentichi estimatori.
Perché il regista francese li esibisce i suoi gioielli ispiratori: Ryad appare dopo essere stato sgozzato, quando la coscienza infelice di Malik reclama l’ausilio, come ‘l’invisibile presenza di Melquìades’ nella casa dei Buendìa in Cent’anni di solitudine; il richiamo al Genet di Quelques fleurs pour un chant d’amour (qui Audiard attinge alla poesia dei muri che separano i corpi privati del sesso: le riviste porno, la solitudine masturbatoria, indagata cinquantacinque anni fa nell’obliata sociologia di Caryl Chessman in Cella 2455 braccio della morte); queste e molte altre fonti esibisce Audiard, e lo fa a modo suo per dirci: questo film non nasce da una tabula rasa, ho raccolto a modo mio l’eredità dei poeti che hanno cantato i luoghi di contenzione.
Si dirà, allora, qualcosa sull’entrata-uscita dal carcere, si porrà l’accento sui sottopoteri interni nella vita dei reclusi, di come le gerarchie brutali di gang decidano il traffico di droga dall’interno all’esterno, della servitù dei corpi, delle lotte tra còrsi, italiani, arabi per il controllo del territorio.
Audiard costruisce un film complesso ma indeciso: passaggi bruschi dalla allarmante quiete dei giorni che mancano ad Alik per uscire all’aria aperta, ai fragori anapestici, febbrili nei quali l’urgenza di far quadrare la vita interna con quella esterna porta ad accelerazioni (artificiose, con il ricorso a montaggio e stilemi rock) che deturpano la cadenza ‘andante con moto’, impressa a tutto il racconto; frames caotici che illustrano flashback e flashforward affidandone la fattura all’expertise in materia, un po’ come fanno i grandi quotidiani con le fanzine allegate; o qualche ‘tarantinata’ da cui, a detta di incliti estimatori, si dice essere Un Prophete immune (vedi la sparatoria finale contro l’auto blindata, una concessione allo ‘spettacolare’ che non giova a un film buono ma didascalico).
Che dire, infine?
Un Prophete è un buon film – un ottimo film, se volete.
Non un ‘masterpiece’.
Sulla colonna sonora
La soundtrack di alexander desplatt non è irresistibile, tranne i brani aggiunti runeii dei talk talk (dall’album laughing stock del 1991), take me home with you, baby di jessie mae hemphill (dall’album get right blues del 2004), corner of my room di cody turner (dall’album first light del 2008) e mack the knife di weill-brecht sui titoli di coda nell’interpretazione di jimmie dale gilmore (dall’album one endless night del 2000).
Commenti
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10 febbraio 2010, 17:19 di antbinco
Ottimo film? Speriamo vinca l'oscar. A me ha intrigato tantissimo e non vedo l'ora di vederlo al cinema.. Il trailer è fantastico http://bit.ly/cBUOeZ . Rosso.... Ma la canzone del trailer?
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10 febbraio 2010, 21:35 di Utente rimosso (Marcello Del Cam
Non ho visto il trailer, credo che abbiano inserito "Mack The Knife" di Weil-Brecht. Non ne sono certo antbinco, non vedo trailer. Ciao.
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10 febbraio 2010, 22:23 di Utente rimosso (Marcello Del Cam
Ho rivisto il film e mi sono informato sdulla soundtrack. Credo che la canzone del trailer sia sicuramente la struggente "Runeii" dei Talk Talk.
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11 febbraio 2010, 00:40 di carlos brigante
che "IL BUCO" di Becker sia "l'inarrivabile" tar i film "carcerari" avrei da ridire....."Un condannato a morte è fuggito" di Bresson e "La rivolta (Le Mur)" di Guney stanno (a mio avviso) qualche gradino più su....inoltre il carcere di Becker ha atmosfere quasi "guascone" a differenza delle due opere citate....concordo con te che definirli "carcerari" è limitativo. quanto invece al film di Audiard lo attendo (senza ansia) da un po'
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11 febbraio 2010, 01:30 di Utente rimosso (Marcello Del Cam
Sono d'accordo, carlos brigante - capita che gli aggettivi vadano oltre l'intenzione di chi scrive cui possono colpevolmente sfuggire i film che giustamente ricordi. Che siano 'un gradino più su' è un punto di vista che accetto come pertinente, poiché, in effetti, il film di Becker, oltre che essere 'guascone', soffre delle limitazioni imposte dalla griglia ideologica dentro la quale il regista operava in ossequio a una visione marxiana che oggi può sembrare decaduta. Ti ringrazio per l'attenzione.
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11 febbraio 2010, 01:48 di carlos brigante
figurati; è che ho un amore viscerale per l'opera di Bresson e quella di Guney e non stravedo invece per "il buco" (che reputo cmq più che buono)....per cui mi sento sempre "chiamato in causa".
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12 febbraio 2010, 12:39 di cottorella
Ho trovato il titolo del soundtrack del film "Il Profeta" - Corner of my room di Turner Cody! GOOD!
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12 febbraio 2010, 21:43 di Utente rimosso (Marcello Del Cam
Cottorella, se avessi letto la mia opinione ti saresti sprecata la fatica di trovare il titolo della canzone della soundtrack: butta un occhio alla fine della mia scheda. GOOD!
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22 marzo 2010, 11:46 di lao
tutto vero e ben argomentato...solo che se si cerca il capolavoro perduto non lo si trova mai...
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22 marzo 2010, 14:05 di Utente rimosso (Marcello Del Cam
Mi accontenterei di un paio di capolavori l'anno. ciao Lao.
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8 aprile 2010, 22:09 di cantautoredelnulla
Eviterò di aggiungere anche un mio commento al film. Penso che il tuo rispecchi anche la mia opinione. Io però gli ho dato 4 stelle per fare media col tuo così gli ho dato 3 1/2 :D
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