Opinione di carlos brigante su Il profeta
Con Tahar Rahim, Niels Arestrup, Adel Bencherif, Hichem Yacoubi, Reda Kateb, Jean-Philippe Ricci, Gilles Cohen, Antoine Basler, Leïla Bekhti, Pierre Leccia, Foued Nassah, Jean-Emmanuel Pagni, Rabah Loucif
- negative [2]
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Sul film
Malik (Tahar Rahim), 19 anni e un futuro che significa sei anni in un carcere francese. Senza amici e senza alcuna protezione, questo mondo di pareti grigie e privazioni può diventare un inferno per chi, come lui, non è ancora scaltro e pratico del "mestiere". Finirà sotto l'ala protettiva di Cesar Luciani (Niels Arestrup), un vecchio boss corso, ma il prezzo da pagare sarà molto alto. Infatti, Malik verrà mal visto dai suoi "compagni" arabi e mai pienamente accettato dala mala corsa. Riuscirà, però, a destreggiarsi e a raggiungere un certo status apprendendo tutto ciò che è necessario per sopravvivere in questa giungla in cui l'unica legge è quella del più forte.
"Un prophéte" è un "film carcerario", ma contemporaneamente non vuole rimanere imprigionato in questa (superficiale) classificazione. La scelta del protagonista, Malik, ne è un esempio lampante. Non è il classico "duro" tutto di un pezzo, ma un ragazzo dai tratti anonimi e dal fisico comune. Un giovane qualunque in una prigione qualunque. Una persona che ascoltando, osservando e apprendendo cerca di andare avanti. Il suo è un lento e paziente apprendistato; e la prigione è la sua palestra di vita. Una vita dura e difficile, ma che al momento rappresenta l'unica realtà possibile.
"In questo film la prigione è una metafora della Francia. Con questo non voglio dire che essere liberi o carcerati è la stessa cosa. Voglio dire che in prigione si ricreano, esasperati, i meccanismi sociali, psicologici, etnici, religiosi, di classe che condizionano la nostra vita sociale...
...Non volevo fare un documentario, né un film di denuncia. La metafora sociale sta nei fatti: i personaggi sono musulmani, arabi o africani, la nuova delinquenza - è un fatto statistico, non una dichiarazione razzista; basta entrare per cinque minuti in un carcere francese per rendersene conto...e poi c'è la vecchia mala corsa."
Jacques Audiard
Probabilmente non è un capolavoro, ma questo "Un prophéte" è un'opera di livello più che buono; un film tutto di un pezzo con la macchina a spalla che sta costantemente addosso ai personaggi, i quali si muovono in un'atmosfera plumbea e asfissiante quasi interamente giocata su tonalità grigio-acciaio che conferiscono una freddezza e una tensione continua per l'intera durata della pellicola.
Un film ben girato e ancorato ad una sceneggiatura che non concede spazio a nessun lirismo di sorta. Personaggi ben caratterizzati (e magistralmente interpretati) che non si riducono a mere macchiette. Un realismo squarciato da vampate oniriche che non perde mai di efficacia.
Teso come una corda di violino, "Un prophéte", si fa guardare, e soprattutto apprezzare.....possibilmente in lingua originale!
Commenti
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18 marzo 2010, 22:30 di BobtheHeat
Sinceramente mi preoccupa quel tuo "si fa guardare" in chiusura di recensione :-( Lo andrò a vedere (comunque fiducioso) la prossima settimana nella speranza di provare sensazioni più positive.
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18 marzo 2010, 23:00 di carlos brigante
bob non era in senso negativo il mio "si fa guardare" :)....vai tranquillo a vederlo. ritengo "In prophete" un film più che buono, anche se non un capolavoro. ce la sapremo raccontare...un saluto
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