Il profeta - La recensione di FilmTv
Con Tahar Rahim, Niels Arestrup, Adel Bencherif, Hichem Yacoubi, Reda Kateb, Jean-Philippe Ricci, Gilles Cohen, Antoine Basler, Leïla Bekhti, Pierre Leccia, Foued Nassah, Jean-Emmanuel Pagni, Rabah Loucif
La recensione di FilmTv
Non professa alcuna religione, Malik El Djebena, protagonista di Il profeta, e arriva nell’altromondo del carcere quasi senza un’identità. Pressoché analfabeta ma non per questo un bruto, finisce nella sfera d’influenza di un boss che lo tratta come il Dio del Vecchio Testamento, imponendogli un sacrificio e pretendendo fedeltà senza spiegazioni. Audiard non ritiene il suo un film mistico, e anzi vuole raccontare le gesta eroiche di persone comuni (per questo l’articolo determinativo – contro l’indeterminativo originale – è uno stupido adattamento), ma non manca di apparizioni né di un sogno premonitore, inoltre richiama passaggi evangelici come i giorni di Gesù nel deserto. Aleggia così un alone di mistero sulla pellicola, evocando possibilità di senso ulteriori, interrogazioni sfuggenti come quel «ci sei?» che Malik si chiede allo spegnersi della luce o l’ultimo, malickiano, sguardo verso la luce tra le fronde dell’amico Ryad. C’è poi il rapporto anomalo e originale con il sottogenere carcerario, in cui il protagonista è solitamente una vittima che ritrova dignità sfuggendo alla malavita, mentre qui Malik l’abbraccia e impara a navigarne le più insidiose correnti. Inoltre c’è la scelta di un eroe arabo, coraggioso ma che conosce la paura, intelligente, laico e aperto a imparare (persino il dialetto còrso). Anticonvenzionale è anche la messa in scena, con luce naturale, sonoro scabro e riprese in macchina a mano che mimano la realtà, contrappuntate da brevi inserti di musica quasi classica, da carrelli e montaggi più tradizionali e dal parziale oscuramento di alcune inquadrature, quasi una sorta di iride da cinema muto che il regista chiama «mano negra». Audiard, arrivato al quinto film (ma i primi due in Italia sono poco noti), padroneggia la tecnica senza esserne schiavo e guida con mano sicura un cast inesperto – fa eccezione l’ottimo Niels Arestrup, nel ruolo del boss còrso – alla messa in scena della (stra)ordinaria ascesa di un uomo, straniero tra due mondi che finisce per trascendere.
Commenti
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17 novembre 2010, 23:59 di pindo
Film di una potenza devastante. I primi 20 minuti sono insostenibili e forte è la voglia di uscire dal cinema. Grande forza visionaria.
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16 aprile 2011, 16:19 di Mattafix80
La parabola ascendente di un giovane detenuto, da pivello a braccio destro del boss della malavita che comanda la prigione. L'ascesa però è tutt' altro che esaltante: siamo abituati a vedere al cinema giovani gangster intenti a scalare le gerarchie con un escalation esaltante di violenza (vedi Al Pacino in Scarface, ecc), forse perchè il cinema americano è soprattutto spettacolo, e la violenza spettacolo pirotecnico (vedi anche John Woo e gli altri polizieschi di Hong Kong). Questo film invece sembra avere l'intenzione di aprirci gli occhi sulla violenza, mostrando come la vive chi è costretto ad attuarla: quando uccide per la prima volta, il sangue della vittima spruzza a getto e sporca tutto, costringendolo a pulire la stanza. La vittima stessa si ripresenta, popola i suoi incubi, è una presenza (seppure immaginaria) con la quale è costretto a convivere quotidianamente, faccia a faccia, con uno sguardo che sembra voler dire: "sono qui, come sempre, so che la mia presenza ti infastidisce ma non posso farci niente, ci sono lo stesso". Ma soprattutto la violenza è la gerarchia interna della prigione, che ti priva della tua libertà, ti impedisce di scegliere e contamina i rapporti umani, è ciò che rende oppressiva la prigione, più delle pareti stesse e delle sbarre, facendo di un uomo una bestia in gabbia, abbruttito e degradato. La violenza insomma non è un modo difarsi strada nel mondo, al contrario è qualcosa da cui sfuggire per poter vivere la propria vita. Davanti a questo film ci si sente nauseati, impotenti di fronte a scene talmente brutali e repellenti da costrinerci a distogliere lo sguardo. Eppure l'argomento è lo stesso di tanti altri film: malavita, omicidi ecc. E allora questo ci fa capire quanto sia importante l' aspetto spettacolare nella maggior parte dei film, il riguardo verso lo spettatore: viene proposto qualcosa di eccitante e di accattivante (la violenza) evitandone accuratamente gli aspetti fastidiosi. In alcuni casi rari, come questo (o anche Gomorra), la violenza è un pugno nello stomaco, qualcosa di orribile, che però purtroppo esiste ed è inevitabile, e va mostrato in maniera diretta.
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