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Il padre dei miei figli - La recensione di FilmTv




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La recensione di FilmTv

di Giona A. Nazzaro

Secondo lungometraggio della talentuosa e giovanissima Mia Hansen-Løve (classe 1981), ex firma dei “Cahiers du Cinéma” già fattasi notare con l’ottimo ma inedito da noi Tout est pardonné (presentato alla Quinzaine des Réalisateurs qualche anno fa a Cannes), Il padre dei miei figli è uno dei titoli da non perdere di questo scorcio di stagione. Ispirato alla vita del geniale produttore francese Humbert Balsan suicidatosi nel febbraio del 2005, il film della Hansen-Løve è un ritratto lancinante non tanto di una vita che finisce quanto della impareggiabile forza d’animo necessaria per risalire la china dopo la morte. Merito maggiore della regista è di evitare l’agiografia cinefila di un personaggio come Balsan, amico intimo di Sam Fuller che nel cinema è entrato interpretando Gawain in Lancillotto e Ginevra di Robert Bresson, e che ha prodotto nomi del valore di Pierre Kast, Elia Suleiman, Claire Denis, Noury Nasrallah, Youssef Chahine, Sandrine Veysset, Nikos Papatakis e di Béla Tarr. Proprio durante la produzione di L’uomo di Londra di Tarr, Balsan si è tolto la vita ma la Hansen-Løve cambia nazionalità e nome al regista ungherese trasformandolo nello svedese Stig Janson. Ciò che pulsa nel film è la sorda e dolente ostinazione della vita che continua nonostante tutto. Le modalità attraverso le quali la regista ripopola gli spazi vuotati della presenza di Grégoire (il produttore sull’orlo della bancarotta interpretato dall’ottimo Louis-Do de Lencquesaing) evitano sia le scorciatoie dello psicologismo sia quelle del patetismo. Vibra un’oggettività filmica di rara potenza nelle inquadrature della Hansen-Løve. Che sia il corpo esile di Chiara Caselli a farsi segno di questa resistenza è solo l’ulteriore indicazione della straordinaria vitalità dello sguardo della regista, un talento che nell’arco di due film e mezzo si candida sin d’ora a nome di primissimo piano del rinnovamento di un cinema francese che, pur praticando la discontinuità, si rinnova alle fonti stesse della Nouvelle Vague.


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