Opinione di PompiereFI su A Serious Man
Con Michael Stuhlbarg, Richard Kind, Fred Melamed, Sari Lennick, Aaron Wolf, Jessica McManus, Peter Breitmayer, Brent Braunschweig, Amy Landecker, Simon Helberg, Adam Arkin, George Wyner, Fyvush Finkel, Katherine Borowitz, Steve Park, Allen Lewis Rickman
- negative [13]
- sufficienti [16]
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Sul film
Il duo registico più famoso in circolazione lavora con un cast di attori sconosciuti o poco noti, e fa sbocciare un fiore nel deserto autoriale, in modo quasi recondito e familiare. Il loro attacco filmico sembra uscire da un orecchio pressoché “lynchano” per poi rientrarci sul finire, e anche se ci sono i giardini (non proprio debitamente confinati) intorno alle linde casette di periferia, i contenuti cambiano e assumono contorni sprezzanti e gioiosamente bizzarri.
Larry Gopnik (Michael Stuhlbarg) è un professore di fisica che vive felice e (troppo?) tranquillo, intorno alla metà degli anni ’60, nello stato del Minnesota. Sollecito e un po’ sbadato, ha un fratello ingombrante che occupa gli spazi fisici e mentali della sua casa, “perdendo tempo” dietro a strane teorie matematiche, incapace di socializzare, e invisibile agli occhi del nucleo che lo ospita (la sua zona preferita di riflessione è il bagno); ha un figlio che lo prende in giro nel ricordargli in continuazione la necessità di intervenire sull’antenna tv; una figlia che gli saccheggia il portafogli pensando solo a uscire con le amiche, a sistemarsi i capelli e a ritoccarsi il nasone, e una moglie che si infatua di un amico “di fiducia” spedendolo ad abitare in un motel piuttosto malandato.
Non tutte le difficoltà vengono per nuocere: la spinta che Larry subisce lo obbliga a una diversa prospettiva. Forse la salita sul tetto potrebbe stimolarlo verso quella risposta che tanto cerca per conseguire una stabilità esistenziale e viscerale: da lì vede padre e figlio che giocano a baseball e vanno a caccia insieme, una donna nuda e disponibile che prende il sole. Ognuno con il suo modo di vivere, esistere, aiutare ed essere aiutato, lasciando che le molteplici e ostili realtà che lo circondano continuino nella loro insana corsa verso il nulla, e si sbriciolino senza pretendere di intervenire per cambiarne l’andamento.
Con le abituali spiritosaggini razionali, gli abissi inconsueti che conducono dietro a scrivanie di personaggi (forse) vissuti da sempre, e le inattese logiche sociali, i Coen producono una pellicola depistante, impertinente, che si muove attraverso gli impacci della vita grazie a uno schietto spirito yiddish a contraltare di drammi più o meno gravi. La deflagrante grandezza intellettuale dei “fratelloni” si permette di guerreggiare in punta di fioretto con la religione. Perfino i rabbini non possono sapere tutto, anzi. Ignorano qualsiasi risposta a qualsiasi domanda, nella loro futile e irritante indecifrabilità; guide religiose cieche, più cieche dei praticanti ortodossi, perennemente col cervello in ferie o, ben che vada, in fase cogitativa.
Le scenografie e gli arredamenti d’interni, sostenuti dalla bella fotografia di Roger Deakins, emergono meravigliosamente antichi (notare la tappezzeria a fiori dei divani accanto alle camicie a quadri della maggior parte dei protagonisti maschili), e sanno di stantio. Come il proposito di chi si arrabatta seriamente per capire qualcosa dell’esistenza.
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