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Opinione di PompiereFI su A Serious Man





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04/04/2011 voto al film: voto buono

Sul film

Il duo registico più famoso in circolazione lavora con un cast di attori sconosciuti o poco noti, e fa sbocciare un fiore nel deserto autoriale, in modo quasi recondito e familiare. Il loro attacco filmico sembra uscire da un orecchio pressoché “lynchano” per poi rientrarci sul finire, e anche se ci sono i giardini (non proprio debitamente confinati) intorno alle linde casette di periferia, i contenuti cambiano e assumono contorni sprezzanti e gioiosamente bizzarri.
 
Larry Gopnik (Michael Stuhlbarg) è un professore di fisica che vive felice e (troppo?) tranquillo, intorno alla metà degli anni ’60, nello stato del Minnesota. Sollecito e un po’ sbadato, ha un fratello ingombrante che occupa gli spazi fisici e mentali della sua casa, “perdendo tempo” dietro a strane teorie matematiche, incapace di socializzare, e invisibile agli occhi del nucleo che lo ospita (la sua zona preferita di riflessione è il bagno); ha un figlio che lo prende in giro nel ricordargli in continuazione la necessità di intervenire sull’antenna tv; una figlia che gli saccheggia il portafogli pensando solo a uscire con le amiche, a sistemarsi i capelli e a ritoccarsi il nasone, e una moglie che si infatua di un amico “di fiducia” spedendolo ad abitare in un motel piuttosto malandato.
 
Non tutte le difficoltà vengono per nuocere: la spinta che Larry subisce lo obbliga a una diversa prospettiva. Forse la salita sul tetto potrebbe stimolarlo verso quella risposta che tanto cerca per conseguire una stabilità esistenziale e viscerale: da lì vede padre e figlio che giocano a baseball e vanno a caccia insieme, una donna nuda e disponibile che prende il sole. Ognuno con il suo modo di vivere, esistere, aiutare ed essere aiutato, lasciando che le molteplici e ostili realtà che lo circondano continuino nella loro insana corsa verso il nulla, e si sbriciolino senza pretendere di intervenire per cambiarne l’andamento.
 
Con le abituali spiritosaggini razionali, gli abissi inconsueti che conducono dietro a scrivanie di personaggi (forse) vissuti da sempre, e le inattese logiche sociali, i Coen producono una pellicola depistante, impertinente, che si muove attraverso gli impacci della vita grazie a uno schietto spirito yiddish a contraltare di drammi più o meno gravi. La deflagrante grandezza intellettuale dei “fratelloni” si permette di guerreggiare in punta di fioretto con la religione. Perfino i rabbini non possono sapere tutto, anzi. Ignorano qualsiasi risposta a qualsiasi domanda, nella loro futile e irritante indecifrabilità; guide religiose cieche, più cieche dei praticanti ortodossi, perennemente col cervello in ferie o, ben che vada, in fase cogitativa.
 
Le scenografie e gli arredamenti d’interni, sostenuti dalla bella fotografia di Roger Deakins, emergono meravigliosamente antichi (notare la tappezzeria a fiori dei divani accanto alle camicie a quadri della maggior parte dei protagonisti maschili), e sanno di stantio. Come il proposito di chi si arrabatta seriamente per capire qualcosa dell’esistenza.


SI

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