Opinione di FABIO1971 su A Serious Man
Con Michael Stuhlbarg, Richard Kind, Fred Melamed, Sari Lennick, Aaron Wolf, Jessica McManus, Peter Breitmayer, Brent Braunschweig, Amy Landecker, Simon Helberg, Adam Arkin, George Wyner, Fyvush Finkel, Katherine Borowitz, Steve Park, Allen Lewis Rickman
- negative [13]
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Sul film
Una comunità ebraica in una tranquilla cittadina del Minnesota alla fine degli anni Sessanta: sono i tempi dell'Estate dell'Amore, del Flower Power, dei Jefferson Airplane di Somebody to Love. Larry Gopnik (Michael Stuhlbarg), professore universitario di fisica, però, ha qualche problema. Sua moglie Judith (Sari Lennick), infatti, ha una relazione con un altro uomo, Sy Ableman (Fred Melamed) e gli ha appena chiesto il divorzio, i due figli adolescenti, Sarah (Jessica McManus) e Danny (Aaron Wolff), lo tormentano con l'insofferenza e i drammi della loro età, lo svitato fratello Arthur (Richard Kind) gli si è insediato in casa a turbare con le sue eccentricità la già precaria quiete della famiglia. Tutto qui? No, c'è anche la vicina di casa, la disinibita signora Samsky (Amy Landecker), che prende il sole nuda in giardino e mette a dura prova il suo equilibrio. E poi, come se non bastasse, le sue ambizioni professionali vengono ostacolate da una serie di lettere anonime e denigratorie spedite al preside della facoltà. Decisamente troppo: i nervi cedono, gli incubi iniziano a tormentare i suoi sonni e nè i consigli dei ministri della fede, nè la sua formazione scientifica ("Il principio di indeterminazione dimostra che non possiamo mai sapere davvero che cosa accade"), riescono a rasserenare la sua inquietudine. Prima che ogni sua certezza crolli definitivamente, Larry, che, sempre più turbato, si è improvvisamente reso conto di aver assoluto bisogno di comprendere e pretende risposte chiare ai dubbi esistenziali che lo assillano, si convince a chiedere udienza addirittura a Marshak (Alan Mandell), il capo rabbino della comunità:
"La prego, ho bisogno di aiuto. Ho già parlato con gli altri rabbini, la prego. Non si tratta del Bar Mitzvah di Danny... mio figlio Danny... il prossimo Shabbath, un avvenimento festevole... va tutto benissimo. Riguarda più me stesso. Ho avuto un bel po' di guai di recente, problemi matrimoniali, professionali, faccia lei... Questa non è una richiesta frivola, questa è seria... io sono serio, io sono... ho cercato di essere un uomo serio, ecco... Ho cercato di agire bene, essere un membro della comunità, crescere Danny e Sarah... vanno entrambi a scuola, una scuola ebraica, una buona colazione... beh, Danny va alla scuola ebraica, Sarah non ne ha il tempo: lei, per lo più, si lava i capelli. A quanto pare sono varie le fasi dell'operazione, ma questo non deve dirlo a Marshak: dica solo che mi occorre aiuto. La prego, mi occorre aiuto!".
Marshak, però, non acconsente a riceverlo e a Larry non resta che convivere con la propria disperazione. I bollettini meteorologici, intanto, annunciano l'arrivo di un tornado.
A Serious Man, scritto, montato, prodotto e diretto dai fratelli Coen, al loro quattordicesimo lungometraggio, è un'opera di cristallina limpidezza espressiva: un "quasi-capolavoro", verrebbe da aggiungere, e non solo valutandolo all'interno della filmografia dei suoi autori. Chi ama i Coen di Crocevia della morte, Barton Fink e Fargo, infatti, non potrà che ritrovarvi identiche e raffinate stimmate: quelle di un cinema che non lascia scampo, percorso da eroi disperati, "idioti" dostoevskijani lasciati ferocemente sprofondare in nerissimi inferni esistenziali, per trasfigurarne allegoricamente ogni speranza di redenzione o riscatto. E proprio della sublimazione di questa aspirazione drammaturgica alla trasfigurazione allegorica si nutre A Serious Man. Che, però, prosegue oltre: le pulsioni nichiliste e i ghigni più beffardi si sono trasformati, infatti, in sardonici sussurri di una ineluttabile e tutt'altro che consolante accettazione della disperazione. Qui sguardo e macchina da presa, nelle loro ipnotiche, avvolgenti e implacabili movenze, magistralmente orchestrate sul doppio registro di un acidissimo black humour e dell'apocalittica escalation di disgrazie che si accanisce sul moderno Giobbe Larry Gopnik, si rivolgono, esplicitandone le intenzioni sin dal fondamentale e straniante prologo in epoca medievale, alle consuetudini, ai retaggi culturali e ai misteri religiosi dell'ebraismo, tra Kabbalah, crisi della ricerca spirituale e fallimento del determinismo scientifico. Larry Gopnik, di fronte allo sgretolarsi di ogni certezza, osserva smarrito la sua vita andare in pezzi: si interroga, anzichè semplicemente "vivere", sui motivi, cerca risposte, si domanda come sia potuto accadere che un "uomo serio" e rispettoso come lui (propenso, cioè, a "ricevere con semplicità tutto ciò che gli accade", come recita la didascalia con cui si apre il film) sia finito sul ciglio del baratro. Stavolta, però, non esiste via di fuga per il suo disorientamento: se non bastasse, infatti, la telefonata del medico che avvisa Larry sull'esito dei suoi esami diagnostici, c'è pur sempre un uragano in arrivo. E i Coen, giunti ormai allo stadio terminale dell'irrisione, intonano il proprio mantra in onore del Tormento lasciando definitivamente implodere il pessimismo (mistico, oltre che cosmico...) e il disincanto nella raggelante inquadratura finale. Cast impeccabile, sorretto dalla convincente interpretazione del protagonista Michael Stuhlbarg (Nessuna verità), magnifica fotografia di Roger Deakins e colonna sonora, splendida, di Carter Burwell. Inaspettatamente, i Coen più impietosi di sempre.
Commenti
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24 maggio 2011, 19:57 di lorenzodg
Leggo del tuo entusiasmo...io un po' (molto) meno.Hai nominato "Fargo" e "Barton Fink" (grandi film). A Serous Man è (per mio conto) sopravalutato. Come "Non è un paese per vecchi" Film altamente autoreferenziali. Comunque niente di male pensarla in modo diverso.
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24 maggio 2011, 20:00 di jonas
Io i Coen li apprezzo molto (anche se ai tre titoli che citi preferisco Mr. Hula Hoop e Il grande Lebowski), però questo mi sembra un film riuscito a metà. Non vorrei essere frainteso, ma lo trovo troppo apertamente "ebraico", a partire dal prologo; cosa che non si può dire della loro produzione precedente, dove le radici ebraiche erano sempre implicite.
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25 maggio 2011, 09:04 di FABIO1971
@ lorenzodg e jonas: aggiungo una considerazione. Quando vidi il film la prima volta, uscii dal cinema con la sensazione di aver assistito a un capolavoro, trovandolo, tra l'altro, migliore sia di "L'uomo che non c'era" che di "Non è un paese per vecchi", per restare ai titoli dei Coen più riusciti (al di là, ovviamente, dei rispettivi gusti) del decennio appena trascorso. Poi, rivedendolo, la sensazione si è trasformata in convinzione: secondo me possiede una forza distruttiva straordinaria ed è in questo senso che l'ho riferito ai tre film più disperati dei Coen ("Crocevia della morte", "Barton Fink" e "Fargo"). Per quanto riguarda la full immersion nelle radici della cultura ebraica, la ritengo, in questo caso specifico, parte integrante dell'impostazione generale del film, tesa a trasfigurare nel contrappasso allegorico il moderno tormento dello schlemiel della tradizione. E poi mi ha entusiasmato la vena acida e disperata che lo squassa dall'inizio alla fine: era dai tempi di "Fargo" che i Coen non riuscivano a creare una immagine-icona di devastante potenza (lì era William H. Macy che si accaniva contro il ghiaccio sul parabrezza della sua automobile, qui è Michael Stuhlbarg che combatte con l'antenna tv sul tetto di casa. E poi si guarda intorno...). Ciao e, naturalmente, grazie!
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25 maggio 2011, 12:45 di angelina
Bellissima e suggestiva recensione,complimenti Fabio ! Un saluto da Angelina,
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25 maggio 2011, 13:01 di FABIO1971
Grazie Angelina, sono contento che ti sia piaciuta: era da parecchio tempo che continuavo a rimandare la scittura dell'opinione su "A Serious Man" e ora finalmente sono riuscito a dedicargli il giusto tempo. Ciao!
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26 ottobre 2011, 19:09 di Paul Hackett
Bella recensione ma, francamente, pur amando i Coen, faccio davvero fatica a condividere il tuo entusiasmo. Pellicola intensa e significativa, ma pesante come un macigno.
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27 ottobre 2011, 08:36 di FABIO1971
@ Paul Hackett: anzi tutto, grazie per l'apprezzamento.. Aggiungo soltanto che, al di là, ovviamente, delle rispettive valutazioni, in "A Serious Man" ho rivisto i Coen dei tempi d'oro. Naturalmente (opinione personale e discutibile anche questa) sono stato subito smentito dalla delusione provata con "Il Grinta" che, da appassionato di western, mi ha lasciato assolutamente freddo e distaccato.. Ciao!
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