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Drag Me to Hell - La recensione di FilmTv




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La recensione di FilmTv

di Boris Sollazzo

Una bancaria rifiuta il prestito a una gitana orgogliosa e finisce di vivere. Grande horror di un maestro del genere. Metaforico quanto non mai...

La vita è un prestito con diritto di riscatto, un mutuo inesorabile che paghi con gli interessi. E lo sa bene Sam Raimi che per tornare a fare il suo cinema, ha “dovuto” dare in pegno lo straripante successo globale dell’Uomo Ragno - e pazienza se con la cessione della Marvel a Disney, Spidey sarà subordinato a Topolino -, spedendo il fratello, produttore e cosceneggiatore Ivan a fare prevendita di Drag Me to Hell nei mercati principali dei festival. Lo sa la protagonista Alison Lohman, riserva divenuta titolare dopo il forfait di Juno (Ellen Page) e pronta a tutto pur di giocarsi la sua seconda (o prima?) possibilità. Lo sappiamo noi che il primo horror dei tempi della crisi economica ce lo godiamo alla grande. La notizia più bella è che il cineasta di La casa e L’armata delle tenebre è tornato: irriverente, cattivo, un po’ schifoso e audace come negli anni 80 e dintorni, ultimo grande autore, artista e artigiano di genere e degenere come solo, da allora, il Peter Jackson di Badtaste (non a caso entrambi sono eccellenti e redditizi nel cinema mainstream e in quello indipendente). Tutto nasce dalla precarietà: una giovane donna ambiziosa sta per perdere la sua promozione a causa della concorrenza sleale del rivale lecchino e decide di rifiutare un prestito a Mrs. Ganush (Lorna Raver, chapeau), gitana orgogliosa che arriva a umiliarsi per ottenere i soldi necessari a tenersi la sua casa. Quest’ultima, come spesso vorremmo fare anche noi, lancia una maledizione alla bella bancaria, ma nel suo caso si avvera. Un pesante debito - tra vomiti di sangue e altre disavventure orrendamente divertenti - che si estinguerà solo quando la vittima cederà la persecuzione del demone caprino Lamia a terzi. Raimi muove la macchina da presa da dio (anzi da demonio), tortura un’Alison Lohman in gran forma e torna ai tempi in cui sangue e violenza erano (anche) comica catarsi e metafora politica, alla faccia dei subprime. Risate, urla, disgusto e riflessione. Pochi mezzi, grande cinema: uno dei pochi maestri che a Cannes 2009 non ha tradito.


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