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La prima cosa bella - La recensione di FilmTv




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La recensione di FilmTv

di Raffaella Giancristofaro

Livorno, estate 1971. Oltre a Miss Spiaggia, si elegge Miss Mamma. Vince Anna (Micaela Ramazzotti), bellezza genuina e disinvolta. Minacciata dal marito geloso (Sergio Albelli), tra gli applausi fa buon viso a cattivo gioco. Per il figlio Bruno, che la osserva nervoso, è la scena primaria. Otto anni, maggiore della sorella Valeria, da quel momento crescerà tra le vicissitudini familiari con paura mista ad amorosa vergogna. Oggi, adulto irrisolto (Valerio Mastandrea), Bruno è costretto dalla sorella (Claudia Pandolfi) a tornare da Milano alla città natale, fino ad allora appositamente evitata, per la malattia terminale della madre (Stefania Sandrelli). E i ricordi si riaccendono. La prima cosa bella è opera privata: se non per la sezione del P.c.i. sotto casa, non c’è traccia di militanze partitiche né di scontro sociale. Non importa quanto autobiografica, certo è finemente scritta da Virzì con Francesco Bruni e Francesco Piccolo, e rimastica con la giusta distanza i riti della provincia. Non revival, ma ritorno al passato cosciente e ineludibile, per ritrovare senso, tenersi in piedi tra schizofrenia e cinismo correnti. Fatti i distinguo stilistici, è un Baarìa livornese. Ode a una città aspra, e al cinema italiano moderno, dolceamaro e politico, anche quando era intimo (Ettore Scola e Antonio Pietrangeli su tutti). C’è anche il naturale passaggio di staffetta tra Sandrelli (che, dopo tanti camei da “guest star”, ha qui finalmente lo spazio dovuto) e Ramazzotti. Se il film ha un difetto, è analogo al movente del personaggio di Anna: inondare di (per) troppo amore l’oggetto amato. E infatti insiste un po’ troppo su dettagli e passaggi di tempo, oltre che in rimandi cinefili. Straniante il finale, in cui l’altisonante musica d’annata (Eternità dei Camaleonti) esalta un momento quasi onirico. Nel tuffo di Mastandrea, nel ruolo più sensibile finora scritto per lui, si realizza la catarsi pop da una vita agra, bloccata. Virzì non è più solo il cineasta travolgente e polemista, quello che dirige benissimo i bambini. Tornato a casa, non teme più nemmeno di essere autenticamente sentimentale.


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