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Opinione di ondecorte su Lourdes





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21/09/2009 voto al film: voto ottimo

Sul film

Sulla parete rocciosa color piombo la luce riflette un bagliore sinistro. Christine (l'eccellente Sylvie Testud) ha le mani appoggiate sulla pietra lucida, levigata dall'acqua sorgente che cade nelle viscere della terra. Discreta, misurata, accetta con sibillino distacco l'eventuale possibilità del “miracolo” che attrae milioni di malati, ogni anno, in quest'ampia valle ai piedi dei Pirenei: guarire dall'infermità che la inchioda alla sedia a rotelle.

“Preferisco i viaggi culturali”, confessa la giovane a Kuno (Bruno Todeschini), un guardia dell'Ordine di Malta che la segue nel pellegrinaggio e di cui Christine si innamorerà, timidamente ricambiata. Il subdolo scetticismo della ragazza contrasta con il maestoso apparato mercantile che la circonda: statuette, depliant, bidoni d'acqua “santa”, gite organizzate. Indefessi riti quotidiani, scanditi dal rigido protocollo imposto dalle suore, graffiati da una sottile violenza psicologica (sconvolgente il breve piano-sequenza della sacra abluzione), caratterizzano il monotono soggiorno.

Il movente puramente terreno - l'attesa della guarigione fisica più che spirituale - abbraccia i fedeli intorno all'unica meta. Nessuno spazio per la consapevolezza, l'evoluzione quando persino le risposte dei sacerdoti sono elusive, fumose, deludenti. Christine si muove in questo folle teatro con uno sguardo dolcemente indolente, tuttavia nel momento in cui scopre improvvisamente d'essere stata “miracolata”, sfiorando ancora quella pietra bagnata, comincia a interrogarsi sulle ragioni per cui il destino o il caso abbiano scelto proprio lei. Ma sarà davvero guarita?

Jessica Hausner, al terzo lungometraggio, firma un'imponente commedia drammatica che riflette sulla fede e la morale con la soavità dell'ironia, l'acume dello sguardo, l'ambiguità del messaggio.

Piazza la macchina da presa nei posti più impensabili (magnifica la ripresa angolata accanto alla colonna della cattedrale) nutrendosi della sublime luce trascendentale che avvolge gli oggetti: come non riconoscere, nel quadro appeso in camera di Christine, il monaco Massieu della “Passione” di Dreyer?

Isola struggenti frazioni di Bach per spingere ancor più lontano le immagini vivide (minuziosa la fotografia di Martin Gschlacht) di una delirante, solenne partitura etica. Comprime nella secca, rigida messa in scena una potenza narrativa devastante, calibrata millimetricamente tra il tetro umorismo e l'angoscia mordace, permettendosi il lusso di citare “I parenti terribili” di Cocteau in un finale agghiacciante sulle note sarcastiche di Albano e Romina. Imperdibile.


SI

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