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The Hole - La recensione di FilmTv




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La recensione di FilmTv

di Mariuccia Ciotta

«L’oscurità darà la caccia a tutti noi!», inutile chiudere gli occhi, la camera buia dell’inconscio inghiotte chi osa aprirla. È come l’armadio a muro nella stanza di ogni bambino americano, pieno di giocattoli e di presenze misteriose, ai quali i genitori non credono mai, e che il regista della New Hollywood Joe Dante spalanca per visualizzare le paure nascoste dietro le facciate ridenti delle casette a schiera di una qualunque cittadina di provincia. Bensonville, a nord di New York, ultima tappa della mamma single dal trasloco facile, e nuovo spazio da esplorare per i fratelli Thompson, Dane (Chris Massoglia), diciassette anni, teenager attratto dalla bella vicina Julie (Haley Bennett), e Lucas (Nathan Gamble), dieci, caschetto biondo, tutti abitanti di un mondo invisibile ai grandi, anestetizzati dalla luce del mondo reale. Nel buco nero c’è l’armamentario della follia negata, i corpi in disfacimento della guerra, gli incubi di un Paese che ancora porta i segni di un presidente-mostro («Bush mi ha terrorizzato» dice Dante), gli abusi della famiglia-bene di Todd Solondz. Ma anche il repertorio gioioso dell’horror e del fantastico, il viaggio impossibile di Explorers, quando Joe Dante spediva sulla Luna i suoi bambini. Alchimia disneyana-cormaniana, The Hole precipita nel buio di una botola, che i ragazzini scoprono in casa, chiusa da pesanti lucchetti, una voragine dove ognuno vedrà quel che lo spaventa di più. Immagina un clown feroce e sanguinario, una bambina putrefatta, una mano senza corpo... Il ripostiglio psico-cinematografico apre il suo scrigno di meraviglie dark, nero su nero, alla ricerca dei fantasmi di Mario Bava e delle ombre espressioniste di Alfred Hitchcock. Una lezione urlata, allenamento a vedere nelle tenebre, prima di diventare adulti e ciechi. Visioni dell’orrore in 3D per il film presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia 2009, scritto da Mark L. Smith e impreziosito da due camei, Dick Miller e Bruce Dern, angeli custodi della fabbrica del regista di Gremlins. Quasi un Matinée, ma con una più feroce arte dell’emozione che maneggia il cinema teenager per evocare i traumi seppelliti nella coscienza. La paura del buio non finisce mai.


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