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Poesia che mi guardi - La recensione di FilmTv




La recensione di FilmTv

di Raffaella Giancristoforo

«Perché la poesia ha questo compito sublime, di prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci romba nell’anima e di placarlo, così come sfociano i fiumi nella vastità celeste del mare». Versi di Antonia Pozzi (1912-1938), figlia della borghesia ricca milanese, inquieta ricercatrice di senso, tra letteratura e filosofia. Allieva, come Paolo Treves e Arnoldo Mondadori, di Antonio Banfi all’Università. Sulle sue tracce si mette Marina Spada, per un altro ritratto femminile (dopo Come l’ombra), sempre a Milano, qui trasfigurata in un set quasi astratto. Seguendo i percorsi cittadini e rivedendo le foto di Antonia, quattro personaggi (una guida, Maria, e tre poeti del gruppo odierno H5n1) parlano di lei, occhi in macchina. Sguardo asciuttissimo, gusto geometrico, Spada guarda Milano dall’alto, raccoglie l’invito della Pozzi all’introspezione inquadrando tanto i tram cittadini quanto l’erba di Pasturo e i silenzi di Chiaravalle. Se i dialoghi dei tre studenti-poeti rischiano il didascalismo, la regia è netta e ispirata nel tradurre in linguaggio cinematografico la strutturale, avvincente inafferrabilità della poesia.


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