Tra le nuvole - La recensione di FilmTv
Con George Clooney, Vera Farmiga, Anna Kendrick, Jason Bateman, Melanie Lynskey, Danny McBride, Chris Lowell, Tamala Jones, Adam Rose, Dave Engfer
La recensione di FilmTv
Forza, prendete carta e penna e segnatevi questo libro: Sorry, di Zoran Drvenkar, Fazi editore. Storia di quattro precari ragazzi di Berlino fondatori di una agenzia che chiede scusa conto terzi. George Clooney, in Tra le nuvole di Jason Reitman, lavora invece per una società che licenzia persone. Sempre, si capisce, conto terzi. Sarà la crisi economica galoppante, saranno i tempi miserabili, ma anche le responsabilità (degli altri) sono diventate merce. E il film da questo punto di vista non fa sconti, nonostante sia travestito da commedia sentimentale. Clooney, che si chiama come la nuova star dell’alternative rock-country Ryan Bingham, vive praticamente in aereo, “vola” 350 mila miglia all’anno (250 mila quelle che separano la Terra dalla Luna), arriva in una azienda e con fare esperto manda a casa i lavoratori. Però va in crisi quando una nuova, giovane e rampante collega (la bravissima Anna Kendrick) gli organizza il lavoro in modo che possa rimanere in ufficio, e soprattutto quando si innamora di Vera Farmiga, viaggiatrice “tra le nuvole” come lui. Il finale è tutt’altro che scontato, le trame parallele (come la storia della Kendrick) non secondarie; insomma si respira aria di sceneggiatura (firmata Reitman e Sheldon Turner) da manuale, o di ferro, come avrebbe detto Hitchcock. La vicenda di Bingham, cinico redento, taglia come una lama rovente la carne putrida delle grandi problematiche contemporanee, a partire da quella del lavoro che viene meno, per arrivare al tema della riqualificazione delle persone, disorientate tutte, a partire da lui, e senza troppe possibilità di concreta solidarietà dagli altri («tutti, alla fine, moriamo da soli», si continua a ripetere). Certo, la morale della favola, che individua nella famiglia l’unico rifugio, è semplicistica, ma i destini dei personaggi del film, in fondo, ci dicono altro. Precari pure quelli che la famiglia se la tengono, come Vera Farmiga. Jason Reitman - regista di Juno, anche produttore insieme a papà Ivan - dimostra di avere un’idea di regia, come nella scena del matrimonio, a metà strada tra un video nuziale e Rachel sta per sposarsi di Demme, compreso il contrappunto malinconico.
Commenti
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28 febbraio 2010, 20:24 di kubritch
Al tempo di 'Thank you for smoking' il produttore David O. Sacks dichiarava: "Il film è un po' vago rispetto alla posizione politica, ma tutti sembrano apprezzarlo: i liberal per la denuncia della falsità delle corporazioni, mentre i conservatori per la satira della correttezza politica...". Gli fa eco Reitman jr.: " Ho brutte esperienze con la correttezza politica, è un peccato che la gente senta di non poter parlare. E' negativo per la nostra cultura." Primissima di settembre 2005, pag, 13. A me sembrerebbe invece che la prima frase contraddica la seconda. Nel senso che Reitman dà un colpo al cerchio e un altro alla botte. Invece di parlare bene di entrambi i contendenti politici, o meglio di non affrontare tematiche che spaccano in due la politica, ne parla male, sempre per par condicio. Una forma rovesciata di correttezza politica, che tale resta al fondo. Questa è esattamente l'impressione che mi ha fatto anche "Up in the air". Rappresenta l'ultima linea politica assunta dall'industria dello spettacolo, specialmente in USA. Una finta autoricritica che dia al pubblico un'impressione di solidarietà umana, di sincerità e di reality. Per esempio, alla Notte degli Oscars dell'anno passato, si è visto un filmato in cui Wall-e raccoglie dalla spazzatura una statuetta degli Oscars e la getta via - grandi risate del pubblico. L'autodissacrazione è la nuova pelle del serpente. E' il potere che si autodissacra ma non ammette critiche che non siano bonarie. Berlusconi marketing. Siccome la gente comincia a dare seri segni di insofferenza nei confronti della classe politica o dirigente, i media stanno affinando la loro tecnica di persuasione. E' la risposta ad una domanda crescente di trasparenza e verità. Reitman non viene dal basso, parla di esperienze distanti. E si vede. Solo un pubblico di omologati può prendere per vera la sua rappresentazione della realtà.
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