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Opinione di yume su Triage





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23/06/2011 voto al film: voto mediocre

Sul film

Triage, nel gergo ospedaliero, vuol dire smistamento dei soggetti infortunati in base alla gravità delle loro condizioni. 
I colori rosso, giallo, verde e bianco dei codici utilizzati, in questo film si riducono a giallo, e si viene curati, blu e il dottore del campo di guerra pratica una veloce eutanasia con un colpo di pistola per impedire inutili sofferenze, visto che di accanimento terapeutico, in quelle condizioni, non si può davvero parlare. 
Ambientato per la prima parte nel Kurdistan in guerra con l’Iraq di Saddam verso la fine degli anni ’80, a Dublino nella seconda, Tanovic porta sullo schermo un romanzo di Scott Anderson per il quale ha nutrito, pare, un’ammirazione tale da convincerlo a recedere dal proposito di non girare più film sulla guerra “Non faccio spesso questi film, perchè é come prendere un biglietto per luoghi dove non vuoi andare tanto volentieri…”. 
Dei due fotoreporter di guerra, solo uno, Mark, torna dalla bella moglie spagnola, ma in condizioni psicofisiche preoccupanti. 
Dell’altro, David, partito prima perché disgustato dallo scenario di guerra e desideroso di tornare dalla moglie che sta per partorire, non si sa più nulla. 
Solo l’intervento dello psicanalista, nonno della moglie, scioglierà il nodo del segreto rimosso nel fondo della psiche di Mark e porterà allo svelamento finale. 
I tempi di No Man’s Land sono lontani anni luce da questo film. 
Lì il plot era intrigante, il paradosso della guerra, messo a nudo con sarcasmo, tenne al riparo da enfasi e lacrime, qui no, c’è tanto di già detto, e meglio, e di scontato e melodrammatico da far dire ad una Aspesi particolarmente in vena “E se si tornasse ai vecchi tempi in cui i Berretti Verdi combattevano,almeno sullo schermo, una guerra bella, nel senso che, vincendola, la facevano finire e gli spettatori andavano a casa contenti?” 
Come non concordare di fronte al proliferare senza tregua di film che ci raccontano che la guerra non è bella e che fa tanto male? E che non ci sono le infermiere…come cantava De Gregori? 
Solo i morti hanno visto la fine della guerra" dice mesto Platone nella didascalia finale. 
"Il modo più veloce per porre fine ad una guerra è perderla." avrebbe risposto Orwell, incurante, come sempre, d’épater les bourgeois, e tanto, tanto efficace. 
Ad ogni modo, la prima parte del film ha una sua cruda forza, soprattutto per merito di Branko Djuric, il dottor Talzani (il sanguigno Ciki di No Man’s Land) che passa fra i resti umani col suo camice imbrattato di sangue e distribuisce cartellini gialli e blu con l’indifferenza di un arbitro di calcio. 
Si occupa lui stesso della soluzione finale quando è il momento, tant’é che, tra i ferri del mestiere, figura una pistola che pulisce accuratamente come un bisturi. 
Straniante, sarcastico, l’unico momento vero del film. 
Il resto é un centone di luoghi comuni a cui approdano malinconicamente le buone intenzioni del regista, onesto perchè non pretenzioso, non suscita cioé il sospetto che voglia spacciare il suo film per capolavoro, ma allo spettatore non può bastare. 
Sul tema dell’occhio fotografico applicato a scenari di guerra, scottante dicotomia fra realtà e sua rappresentazione, i due protagonisti, e in particolare Colin Farrell/Mark, esangue e nevrotizzato (l’altro, Jamie Silves/David è poco più che una spalla) non lasciano il segno, mentre prevale il versante psicanalitico che si aggroviglia su sé stesso, con scarsa efficacia e incomprensibile deriva sul motivo del recupero e della purificazione dei criminali del regime franchista. 
In effetti non si riesce a capirne il nesso col film, e Cristopher Lee, vecchio psicanalista in odore di fascismo proprio per la sua attività in quell’ambito ai bei tempi, non aiuta molto. 
Sono lontani i tempi di Robert Capa e delle sue ardite incursioni fra verità e leggenda. 
La foto del miliziano colpito a morte nei pressi di Cordoba nel 1936, durante la guerra civile spagnola, geniale falso di un fotografo che scriveva con le immagini come uno scrittore, ci racconta la guerra molto meglio. 
«Se la leggenda supera la verità, stampa la leggenda» disse bene una volta John Ford. 


SI

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