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Opinione di neccolo su Il concerto





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2010-03-15 17:44:32 voto al film: voto ottimo

Sul film

D’accordo, come hanno giustamente scritto in molti, ‘Il Concerto’ non è ‘Train De Vie’. E allora? Ogni film è un universo a sé, con la sua storia, le sue regole, i suoi ritmi; quello che rende un film più o meno riuscito è quanto il ritmo, le regole, lo stile scelti dal regista, si sposino con l’anima del film, se le danno respiro, pulsazione, vita. E Mihaileanu, a mio parere, riesce a farlo con entrambi questi film (e quanto mi dispiace non essere ancora riuscito a vedere ‘RIcchezza Nazionale’ e 'Vai E Vivrai'!)
Un film prezioso, ‘Il Concerto’, di quelli che, una volta finiti, vorrei rivedere daccapo fregandomene dell’ora e degli impegni. È la storia di un sogno infranto, quello del direttore d’orchestra Andrei Filipov di eseguire il Concerto per violino e orchestra di Tchaichovskij con l’orchestra del Bolshoi e, come solista, Lea, una talentuosa violinista che, secondo lui, avrebbe potuto suonare divinamente quel concerto. O forse no. Nessuno lo saprà mai, perché il concerto è stato interrotto, la cieca brutalità del Potere ha impedito che la magia della Musica si realizzasse, smembrando l’orchestra, degradando il direttore a inserviente dello stesso Bolshoi, e mandando Lea a morire in un gulag in Siberia. Ma, dopo quasi 30 anni, ecco che a Andrei si presenta una seconda opportunità: suonare il concerto, ‘quel’ concerto, a Parigi. Ci sarebbero, in effetti, alcuni ostacoli da superare, ma nulla che non si possa risolvere in quattro e quattr'otto! Dopotutto, bisogna solo riformare l’orchestra, ricercandone i vecchi membri in giro per Mosca, racimolare un po' di soldi per il viaggio a Parigi, ottenere in pochi giorni visti e passaporti per tutti, e sperare che una giovane violinista francese, Anne-Marie Jacquet, l’unica secondo Andrei in grado di sostituire Lea, sia libera da impegni e interessata a suonare Tchaichovskij…
Il film procede raccontando (oltre alla riformazione dell’orchestra, la partenza da Mosca, l’arrivo a Parigi, e cosa succede prima del concerto) la crisi dei valori nella Russia di oggi (l'ideale politico, rappresentato dal nostalgico ex direttore del Bolshoi, raccoglie poche decine di interessati più una trentina di comparse, mentre i festini di matrimonio dei nuovi potenti, i mafiosi, sono trasmessi in diretta televisiva e gli invitati sono migliaia, molti dei quali... comparse!), e quanto il Potere assoluto, della dittatura Sovietica prima e di quella Mafiosa poi, abbia spezzato la schiena e gli animi del popolo russo, rappresentato da coloro che furono gli orchestrali del Bolshoi, che, dopo 30 anni di costrizione a non suonare, non sono più violinisti, violoncellisti, clarinettisti, fagottisti e trombettisti, ma solo tassisti, manovali, commercianti, guide museali. E, infatti, una volta a Parigi, finalmente liberi nell'occidente capitalista, si ingegnano tutti a fare… i tassisti, i manovali, i commercianti, le guide museali, più o meno legalmente.
Non mancano le frecciatine all’occidente, per esempio la scena del tentativo di due musicisti di vendere del caviale ad un ristoratore, che rifiuta chiedendo perché mai dovrebbe pagare più di quanto gli costa nei supermercati. “Perché è più buono,” gli rispondono, e lui alza le spalle come a dire “Chi se ne frega del sapore?” Oppure la scena nell’atrio del teatro, quando il violoncellista in odore di mafia, parlando a degli spettatori ingioiellati, dice che la star della serata è Tchaichovskij, e, dato che loro non capiscono di cosa stia parlando, deve spiegare che è il compositore. Infine la scena della riuscitissima messa in vendita, sempre da parte dei due musicisti di prima, di cellulari cinesi con schede false per chiamare gratis dappertutto, a cui hanno allegato in omaggio una scatoletta di caviale e il programma del concerto, che sottolinea quanto, in occidente, le culture (conoscenza, sapori, tradizioni) siano diventati ormai secondarie rispetto a bisogni indotti, quali il telefonino.
Bisogno indotto, ma non inutile, perché è proprio grazie ai cellulari cinesi che un messaggio accorato può essere inviato, convincendo gli orchestrali, dopo aver disertato le prove, a presentarsi a teatro per il concerto.
Quando questo finalmente comincia, i musicisti arrugginiti producono un suono dissonante e scoordinato. Poi, però, all’attacco della violinista, accade il miracolo. Certo, non dovrebbe essere una sorpresa, in un film che si chiama 'Il Concerto' il concerto deve andare bene per forza, eppure, nonostante la prevedibilità, la musica di Tchaichovskij, la regia di Mihaileanu e l’interpretazione degli attori producono, senza esagerazioni, un vero e proprio miracolo. Ed è impossibile trattenere lacrime e singhiozzi.
Quel miracolo non è altro che una esibizione (o, meglio, un insieme di esibizioni: musicale, cinematografica, interpretativa) partecipata, per dirla banalmente: fatta col cuore. Chi è musicista lo sa: se, quando suoni, non ti scatta dentro qualcosa, tutta la tecnica del mondo non ti basterà per creare qualcosa di grandioso, perché la tecnica, pur essendo importante, deve essere solo un altro strumento, invisibile e da usarsi quasi inconsapevolmente, che permetta all’artista di farsi uno con la musica (e si veda la scena del violinista tzigano che si produce in un assolo virtuoso davanti a Anne-Marie, che, incantata, gli chiede come ha fatto quel arpeggio, com'era la diteggiatura che ha adoperato e che lei non aveva mai visto prima. E lui, sbalordito: “Ma da dove è uscita questa bambolina?”)
Il concerto si chiude col devastante pianto finale di Anne-Marie, che, liberata dalla musica, ha potuto guardare dentro se stessa, e scoprirsi.


SI

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