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Opinione di lao su Il figlio più piccolo





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21/02/2010 voto al film: voto sufficiente

Sul film

Una coppia di trans apre un ristorante, massacra gli sventurati clienti e prepara piatti prelibati con i loro resti: è questa la trama della pellicola horror ideata da Baldo, studente poco brillante del DAMS di Bologna, l'ingenuo protagonista de “Il figlio più piccolo”. Lo stesso film lo gira il ben più smaliziato Avati, ma facendo indossare maschere diverse ai carnefici e alle vittime sullo sfondo di un Paese notoriamente corrotto: al macabro e ai serial killer indemoniati si sovrappone  la commedia grottesca, ove il cinismo opportunista dei manipolatori di destini, politici burini e imprenditori di carta,  rimbalza sull'ingenuità sprovveduta degli imbrogliati. Ma il regista è davvero Avati o non piuttosto l'Italia di oggi? La grossolanità verbale e l’esibizionismo arrogante sono l’abito con cui rivestiamo abitualmente inerzia morale e emotiva, le stesse che rendono i personaggi della storia penose caricature: il lungometraggio non delinea  perfidie machiavelliche degne dell'ammirazione dell'esteta, neppure la bontà di madre e figlio al limite della stupidità patologica  ispirano commossa pietà e persino la fede religiosa ispirata dalla sacre mura dei conventi che dà l’avvio alla vicenda non è altro se non richiamo farsesco a un’interiorità finita letteralmente ai piedi. Non è da questo punto di vista casuale la scelta di affidare all’icona dei  cinepanettoni, Christian De Sica, la parte del padre fedifrago. Gli stereotipi sono di fatto i segni di una coincidenza sempre più stringente fra l'apparire e l'essere: la mancanza di analisi poco approfondita dei caratteri e del contesto nasce qui non tanto dal difetto di prospettiva quanto dalla rassegnata accettazione di una realtà depauperata ormai cristallizzata. Ne “Il figlio più piccolo” la cronaca televisiva ha incontrato il cinema e lo ha messo al tappeto: la dolorosa poesia della vita viene ridicolizzata dalle brutte canzoni della madre abbandonata, il miraggio sopravvissuto al tracollo è diventare proprietario di una multisala in periferia, e nemmeno il grande uomo, brillante creatore di imperi finanziari,  lascia dietro di sé una scia luminosa di ricordi indelebili. Persino la parabola viene negata, giacché  il grigio incolore omologa passato e presente, ricchezza e povertà. Dell'Avati intimista e crepuscolare resta un lieve respiro negli occhi stupiti con cui Baldo guarda alla sua esistenza triste, ma è un altro film, ahimé, ormai un altro Paese....   http: //spettatore.ilcannocchiale.it


SI

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