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Opinione di mm40 su Dieci inverni





Attenzione! quando vedi questo simbolo spoiler significa che l'opinione contiene anticipazioni sul finale del film

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24/11/2011 voto al film: voto mediocre

Sul film

Ciò che comunemente chiamiamo amore è in realtà il surrogato di anni di frustrazioni, sofferenze, occasioni mancate o fallite, delusioni, rassegnazioni: insomma, amare qualcuno significa in realtà accontentarsi, dover accettare che non si possa avere di meglio. Questa è l'angosciante morale involontaria di Dieci inverni, film scritto e diretto dall'esordiente Valerio Mieli (in sceneggiatura collaborano Davide Lantieri e Isabella Aguilar), un pasticciaccio romantico che aderisce senza resistenza alcuna a ogni stereotipo del genere, a partire già dal titolo e dalla contestualizzazione cronologica, che vuole le vicende svolgersi solamente nella stagione più fredda dell'anno, quella notoriamente più adatta a (scaldare i cuori con) romanticismi di sorta. Non solo la banalità della trama è quasi fastidiosa (se ve lo stavate chiedendo: sì, c'è persino il lieto fine, in barba a qualsiasi logica), ma lo sviluppo è pure di una lentezza tale da suggerire allo spettatore il sonno a più riprese. I due protagonisti sono giovani non molto conosciuti; Michele Riondino non sarà Brando, ma messo di fianco alla Ragonese può tranquillamente vantarsi. In particine si vedono volti più noti (Luis Molteni, Roberto Nobile) e anche il cantautore Vinicio Capossela, che, oltre a fornire il brano per i titoli di coda, compare per non più di una manciata di secondi nei panni di sè stesso, cantando a un elegante party (!). Dieci inverni è la versione rosa di La solitudine dei numeri primi: entrambi forniscono due ritratti impietosi di giovani sentimentalmente schizofrenici che ricercano il senso della propria esistenza (svuotata dal 'logorio della vita moderna' degli anni post-2k) in rapporti forti, stabili, colmi di affetto e comprensione, delegando insomma agli altri le proprie responsabilità: involontariamente, anche questa volta, offrono un ritratto orribile delle contemporanee giovani generazioni, emotivamente impossibilitate a diventare adulte. 4/10.

Sulla trama

Un ragazzo e una ragazza si conoscono per caso una sera a Venezia. Trascorrono la notte assieme senza che nulla succeda, poi ripartono ciascuno per la propria strada; rimangono in contatto e continuano a vedersi anche quando lei si trasferisce a Mosca per studiare.


SI

Commenti

  • 24 novembre 2011, 18:52 di jonas

    Siamo sicuri che sia un lieto fine?

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  • 24 novembre 2011, 19:21 di mm40

    Concordo, a rigor di logica non lo è affatto; ma nella vetusta (convenzionale, risaputa, grossolana) retorica del film vuole esserlo: i due protagonisti hanno avuto ciò che tutti si aspettano dall'inizio del film - 'e vissero tutti felici e contenti'.

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  • 24 novembre 2011, 20:06 di jonas

    La morale "e tutti vissero felici e contenti" è probabilmente quella che viene colta dalla maggior parte degli spettatori, ma non so se sia quella voluta dall'autore. La costruzione del film per segmenti temporali distanziati, ognuno dei quali nega il precedente, suggerisce di chiedersi "cosa accadrà nel segmento successivo?": perciò dico che anche alla fine non siamo affatto sicuri che nell'11° inverno i due saranno ancora insieme e che non avranno trovato qualche nuovo motivo per dividersi. Secondo me il finale resta aperto; e tuttavia ammetto che avrei preferito un finale come quello del penultimo episodio, con la sua atmosfera delicatamente sospesa.

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  • 25 novembre 2011, 11:52 di mm40

    Ok, assolutamente ragionevole. Il film però non si intitola "L'undicesimo inverno" o "Chissà come andrà a finire"... Uno dei limiti principali del cinema (e di qualsiasi rappresentazione artistica, in effetti) è che racconta solo una parte della realtà e in qualche modo deve pur avere una conclusione materiale; in questo senso la realtà gli è sempre e per forza superiore. Percui lo spettatore (uomo della realtà) può solo immaginare come la vita dei personaggi di fantasia prosegua, ma in questo caso i fatti cui ha assistito dicono semplicemente che a questi due ragazzi sono occorsi dieci anni per finire a letto (vabè, riducendo all'osso, si capisce): e quindi 'fine'. Al di là delle congetture sul proseguimento della storia, i 'dieci inverni' oggetto del film portano a questo finale, è a questo punto che la parabola filmica si chiude (interrompe? ma comunque sia, concretamente, la pellicola è finita, l'opera si arresta definitivamente); sul penultimo episodio sono d'accordo, mi è parsa la parte più logica dell'intera storia, o quantomeno quella in cui i due personaggi sembrano agire in maniera più 'reale', umana, oltre agli stereotipi romanzeschi che pervadono il resto della trama: appunto perchè il lieto fine viene accarezzato, rimandato, non esplicitato.

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  • 26 novembre 2011, 18:50 di jonas

    Un finale aperto non implica necessariamente che il film presupponga un sequel (a meno che non si tratti di un blockbuster costruito in serie, per cui il numero di sequel è previsto fin dall'inizio), ma solo che lo spettatore viene più o meno esplicitamente invitato a guardare oltre la storia che gli è stata appena raccontata. Per es. l'ultima inquadratura del Laureato suggerisce che per Benjamin ed Elaine sia finita l'epoca esaltante dell'avventura e cominci quella del ritorno all'ordine (e infatti a suo tempo si ipotizzò un sequel in cui il loro matrimonio era in crisi): perciò interpretare Il laureato alla luce della morale "e vissero tutti felici e contenti", senza tenere conto di quel suggerimento, significa darne un'interpretazione obiettivamente monca. Nel caso specifico, date le premesse narrative, è lecito avere forti dubbi che Silvestro e Camilla possano vivere insieme un futuro sereno e felice. Se poi fra qualche anno Mieli vorrà dirigere L'11° inverno, andrò a vederlo con curiosità.

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